VOCI DALLE MACERIE

Ricordi, storie e riflessioni 40 anni dopo il terremoto che ha sconvolto l’Irpinia

È una domenica sera di novembre”. Così Lina Wertmuller titolò il suo documentario sulla catastrofe. Come qualcosa che doveva essere solo questo, uguale a se stessa, come tante altre domeniche in una terra di provincia. E che così doveva passare, senza troppe sorprese. Lenta, pigra, nell’attesa del lunedì di scuola e lavoro. E, invece, finì per restare impressa nella memoria di intere generazioni.
Il 23 Novembre 1980, alle ore 19:34, una scossa di terremoto della durata di circa 90 secondi ha cambiato per sempre la storia, la politica, la forma, il presente e il futuro di un’intera provincia: l’Irpinia. Questo “maledetto” 2020 porterà con sé, quindi, come colpo di coda, anche un triste anniversario a cifra tonda da celebrare, perché 40 anni sono passati da quel giorno tremendo.

Con simili avvenimenti, di solito, si fanno parlare i numeri. Più sono grandi nel loro contesto di riferimento, e più creano sgomento, restando vividi nella memoria di tutti. I gradi della scala Mercalli, gli sfollati e, soprattutto, purtroppo, le vittime. Ma anche i soldi stanziati e, in gran parte, sprecati in opere di ricostruzione. Oppure, banalmente, gli anni che, giorno dopo giorno, mese dopo mese, sono passati cristallizzando macerie, opere incompiute, casette di lamiera. Ben 40, ormai, e ancora qualcuno – di fronte ai problemi – fa spallucce e si giustifica con “la colpa del terremoto” per i disservizi e la desolazione, come se tutto fosse successo solo poco tempo fa.
Per questo motivo, abbiamo deciso di dare spazio soprattutto alle persone. Chi c’era e ricorda nitidamente, chi era solo un adolescente o una bambina e non ha realizzato le conseguenze vere se non anni dopo, e anche chi non c’era ma ha ascoltato talmente tanto i racconti da portare dentro di sé una storia.  

Perché tutti siamo tristemente accomunati dagli effetti che quel giorno ha portato con sé. Perché alla furia della natura, imprevedibile e senza significato, si è aggiunta l’avidità dell’uomo che ha visto in una tragedia un’opportunità di guadagno, a discapito di altri.
Quando il 23 novembre 1980 in Irpinia la terra si è spaccata, non si è creata solo una frattura geo-fisica. È nato un vero e proprio varco spazio-temporale. C’è un “prima” e un “dopo” il terremoto dell’Irpinia che ha separato e, qualche volta, messo contro, le generazioni e le voci. Forse è giunto il momento di rimetterle insieme.

Foto di Antonio Iuliano e Tonino Ebreo

Giovanni Marino, 70 anni, storico – Nusco
«Le scosse più devastanti si propagarono per le contrade, spaccando i terreni con lingue di fuoco, facendo crollare case e seminando morte e distruzione. Dopo pochi minuti c’era già chi scavava con le proprie mani per liberare persone care. Chi si era salvato aiutò chi poteva essere salvato. Se c’è qualcosa di terribile nel terremoto è la crudeltà con la quale irrompe nella vita quotidiana delle persone e come mette a nudo le contraddizioni di qualsiasi società e la convivenza di ogni comunità. Nonostante la “tecnica” stia prendendo sempre di più il sopravvento e un giorno comanderà il mondo, rendendoci meno vulnerabili ad eventi calamitosi, oggi e chissà per quanto tempo ancora, dobbiamo fare fino in fondo i conti con la fragilità dell’esistenza di fronte ad ogni tipo di “catastrofe”. Ma se il dolore per la scomparsa dei propri genitori o di una persona cara si affievolisce con il passare del tempo e ad un certo punto la percepiamo come una “presenza protettiva” alla nostra esistenza, le vittime di un terremoto assaltano la dimensione pubblica e collettiva di ognuno di noi e in modo lancinante la sconquassano».

Roberta Gesuè, 41 anni, attrice – Avellino
«Ero “minima” quando la terra con quella scossa ha cambiato le nostre vite. Sono cresciuta giocando in mezzo a case in costruzione, andando da qualche amico che abitava in un prefabbricato e passando ogni giorno per strade disseminate di cantieri. Sono abituata a girarmi verso un lampadario al minimo movimento, come ho sempre visto fare a mia nonna. Era un gioco di velocità. Solo crescendo ho iniziato a percepire quello che era accaduto alle vite delle persone di questa provincia e, di conseguenza, alla mia. Ho potuto vederlo e in qualche modo sentirlo sulla mia pelle attraverso i racconti di chi, allora, ha perso tutto e, proprio come questa città, tenta ancora di ricostruirsi. O negli sguardi e nei toni delle voci che cambiavano quando ne sentivo parlare. L’ho capito, poi, quando ho imparato a riconoscere la gente della mia terra. Pronta ad aiutarsi, a rimboccarsi le maniche, gente fiera che ha negli occhi la dignità di chi con tutte le proprie forze si rialza, e non si arrende. E riparte. Abbiamo tutti il sonno leggero, dentro e fuori, e un rapporto di odio e amore con questa nostra terra da cui vorremmo tutti andar via, ma a cui poi sempre tendiamo a tornare, per respirarla ancora e sentirci finalmente “a casa”».

Stefano Carluccio, 24 anni, consulente aziendale – Conza della Campania
«Il 23 Novembre 1980 io non ero ancora nato. Aveva 20 anni, però, mio padre. Che si è salvato per miracolo, consentendomi oggi di essere qui. Siamo di Conza della Campania, il paese epicentro del terremoto, e solo venti minuti prima dell’accaduto papà si trovava a casa dei suoi nonni per la cena. Gli avevano chiesto poi di fermarsi a dormire lì, ma lui si era rifiutato perché doveva aiutare i genitori nella gestione del loro ristorante. Venti minuti dopo lui si trovava già nel locale, che era stato costruito solo pochi anni prima, quindi resse all’onda d’urto del terremoto. Mentre la casa dei suoi nonni crollò, portandosi via loro e altre 182 persone a Conza, e migliaia in tutta l’Alta Irpinia. Il 23 Novembre di ogni anno per me è un giorno speciale, perché mi ricorda quanto sia sottile spesso la differenza tra la vita e la morte, tra la fortuna e la sfortuna. L’occasione per apprezzare ancora di più il dono della vita».

Emilia Bersabea Cirillo, 65 anni, scrittrice – Avellino
«Il rumore ci colse così, nel nostro innocente attimo quotidiano, come quello di uno scontro tra due camion nel cortile di casa. Le mura tremarono, i vetri tremarono, i lampadari oscillarono impazziti. “Il terremoto!” gridò mio padre e ci raccolse tutti sotto la piattabanda del muro maestro della stanza da letto. Mia madre recitò l’Ave Maria ad alta voce, ricordo la copertina della Bibbia che mio fratello aveva in mano, “Non cadrà questa casa”, assicurava mio padre, “Il tufo è solido”, ma intanto quel movimento come di una giostra senza più cardini non passava. Rimanemmo stretti in un abbraccio convulso, per tutto il tempo».

Foto di Antonio Iuliano e Tonino Ebreo

Silvia Curcio, 59 anni, operaia – San Mango sul Calore
«Ultima di 5 figli, tutti emigrati per lavoro, avevo 19 anni e tutto il futuro davanti. Non avevo molto ma non pretendevo neanche troppo. Alle 19.34 sentiamo un boato interminabile, “Hanno messo una bomba”, disse mia madre. Aprì la porta e le caddero addosso le macerie della casa di fronte alla nostra, rimediando una ferita sanguinante in testa ed una contusione al ginocchio. Passammo la notte – la più lunga della mia vita – nel giardino di casa con altri vicini. All’alba ci incamminammo tra le campagne circostanti per raggiungere la strada provinciale, e iniziai a realizzare il dramma che ci aveva coinvolto. Su una balla di paglia c’era un bambino che conoscevo benissimo, sembrava dormisse, ma non ce l’aveva fatta, nonostante la nonna avesse tentato di proteggerlo, con il proprio corpo. Da quel momento in poi, è cambiata per sempre la nostra esistenza. Il paese è stato ricostruito ma negli anni è stato completamente distrutto il tessuto sociale, le tante case nuove sono disabitate, la popolazione è sempre più anziana e, al posto degli orti rigogliosi, ci sono solo cattedrali nel deserto».

Claudio Petrozzelli, 28 anni,  segretario associazione Misca Lab – Cesinali
«Quarant’anni fa non ero ancora nato. Sono del 1992, momento in cui cessava di esistere la Prima Repubblica. L’Irpinia di oggi vive ancora nel ricordo di quella stagione che ha dato tanto alla nostra Provincia; chi mi racconta di quegli anni mi parla di un benessere mai visto prima: nuove fabbriche, negozi, fiere ed il centro città più vivo che mai. Ma cos’è rimasto di tutto questo alla mia generazione? Nulla. Il clientelismo e la mancanza di programmazione hanno divorato tutto. Ancora oggi c’è chi vive in quelle che dovevano essere “abitazioni provvisorie” e perfino nel centro cittadino sono ancora visibili i ruderi di quel tragico giorno. Qualcuno si è arricchito con quel terremoto, altri hanno perso tutto, persino la speranza. Io non ho vissuto i giorni della tragedia ma provo un sentimento di rabbia per l’occasione che è stata sprecata., e amarezza nel vedere una ricostruzione ferma ancora a metà. Quando chiedo ai più anziani se ci sarà mai una nuova occasione per la nostra terra mi rispondono “servirebbe un altro terremoto”.  Queste parole mi feriscono ma sono anche da sprone per andare avanti e dimostrare che c’è una generazione che in Avellino crede e che farà il possibile per ridare la speranza ad una provincia intera».

Alberto Marra, 54 anni, direttore amministrativo “Il Carro Sporting Club” – Avellino
«Era una domenica con un clima stranamente mite. Dopo la vittoria dell’Avellino 4 a  2 contro l’Ascoli,  con gli amici decidiamo di andare a mangiare un pezzo di pizza al Rione San Tommaso. Fabio, come sempre, mi carica sul suo due ruote modificato e si parte. Ma a Piazza Libertà il motore si spegne: miscela finita! È il 1980 e benzinai aperti di domenica non ce ne sono. Si torna a casa a spinta, fin su la collina dei Cappuccini. Nel momento in cui mettiamo il cavalletto al motorino in garage, ci raggiunge un vento strano. Un secondo dopo è il caos. Tutto ciò che c’è nel garage si solleva e cade. I genitori di Fabio ci trascinano fuori. Io quasi non riesco a tenermi in piedi, afferro il cancello della villetta  per reggermi ed il solo pensiero che mi passa per la testa, infinite volte, è “Ma quando finisce?”. Tutto si ferma, saluto e corro verso casa. Fortunatamente i miei sono lì, sotto al portone, ci abbracciamo senza dire niente, mamma è in lacrime ma è contenta che io sia arrivato. Ora l’ansia è per i miei fratelli. Il secondo tornerà nel giro di un’ora ma il primo è a Napoli, completamente bloccata. La paura è tanta, riuscirà a rientrare ad Avellino solo a notte fonda.  Nel buio il tempo passava lento, tutti eravamo in attesa della replica e attaccati alla radio per avere qualche notizia in più su cosa fosse veramente successo. La triste scoperta delle proporzioni della tragedia l’avemmo solo il giorno dopo».

Carmela D’Auria, 53 anni, storica dell’arte – San Potito Ultra
«A  quarant’anni da quella domenica di novembre, mi sento ancora superstite, consapevole che solo il caso fece crollare le travi del soffitto sul letto dove fino  a qualche secondo prima ero sdraiata a leggere “Ragazza In”, un settimanale che allora compensava la mancanza di Instagram, degli “influenzer”, ma non per questo condizionava di meno i sogni delle adolescenti. Le “cosce di fuori” di Donatella Rettore e le “maschere” di Renato Zero erano pericolose, per mia madre, quanto gli idoli dei social ora, e fu così che vietò a Dante il giornalaio di vendermi quella rivista. Ora, come un fermo-immagine, la trave sul letto, “Ragazza In” aperto sulla pagina centrale del poster di Ivan Cattaneo, novanta secondi, come quelli interminabili di quella sera, tanti quanti sono i battiti del cuore in  questo arco breve di tempo, hanno fermato il tempo: io, superstite al caso, ho avuto il dovere di essere felice, nella speranza di non aver vissuto invano».

Rosaria Carifano

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