Stefano Gallone racconta la musica per “Il paese interiore”

 Stefano Gallone racconta la musica per “Il paese interiore”

Ci sono tutti i colori e le forme dell’entroterra, le processioni che attraversano i vicoli scomodi e le pale eoliche a perdita d’occhio. C’è un terremoto che crea la spaccatura tra due epoche e segna il passaggio sia alla modernità che alla precarietà. Intanto, mentre le immagini scorrono, la voce narrante di Ascanio Celestini racconta di “paesi che sembrano tante periferie di una città che non esiste”; di un popolo che si è trovato costretto, ad un certo punto della sua storia, a scegliere: “o briganti, o emigranti”; di luoghi dove “tutto appare provvisorio e tutto è rinviato, al punto che il sentimento di incertezza di è tramutato in vera e propria mentalità”. Quanto suona tutto così familiare, dall’altra parte dello schermo…
Eppure, “Il paese interiore” (regia di Luca Calvetta, montaggio e fotografia di Massimilano Curcio), liberamente ispirato alla biografia e alle opere dell’antropologo Vito Teti, non parla dell’Irpinia, ma della Calabria. A conferma, qualora ancora fosse necessaria, che la morfologia di un luogo influenza i processi socio-culturali e politici molto più di quanto si sia sempre disposti ad ammettere. Irpino, però, è uno degli autori della colonna sonora di questo poetico lavoro. Stefano Gallone (musicista e produttore, critico musicale e cinematografico), è avellinese di nascita e girovago d’Italia per esigenza, ed è anche fondatore insieme al romano Alessandro Sgarito degli Agate Rollings, il duo che ha fornito ogni brano presente nel film non suonato dal vivo o riconducibile alla musica popolare locale.

Com’è nata la collaborazione tra gli AR e quest’opera filmica?

Da quando ha intrapreso anche la professione di fotografo, il mio socio Alessandro può beneficiare di uno studio a Roma, all’interno del quale lavora ai suoi progetti al fianco di altri professionisti del settore. Uno di questi è Massimiliano Curcio. Giorno dopo giorno, scambiandosi idee, opinioni e consigli professionali, Massimiliano è venuto a sapere del progetto Agate Rollings, ne ha ascoltato le produzioni, se ne è innamorato quasi subito e, lavorando al film, ha notato che il nostro approccio sonoro, in generale, riusciva a percorrere perfettamente lo stesso filo concettuale delle immagini. 

Com’è avvenuto il processo creativo? Avevate già dei brani pronti che avete adattato al film o sono stati composti appositamente?

Non c’è niente di creato appositamente per il film, tutto proviene dalle nostre produzioni indipendenti: dal disco di prossima uscita e anche dal nostro primo e terzo lavoro. Inizialmente l’idea produttiva era quella di non inserire musica extradiegetica all’interno del film. Ma, in un secondo momento, dopo aver ascoltato in anteprima il nostro nuovo lavoro, Massimiliano ha percepito che quel tipo di musica poteva essere funzionale al racconto per immagini, decifrandone la chiave narrativa e contribuendo a generare il mood ricercato al momento delle riprese. Il nostro genere, l’elettronica ambient, si è sempre adattato bene a diverse soluzioni visive. Anzi, spesso ci è capitato di ricevere recensioni in cui si specificava che il disco in questione poteva ricoprire il ruolo di concept album senza parole, in grado di generare immagini interiori di per sé, il che vuol dire tantissimo in termini di capacità di trasmissione emotiva delle idee e delle percezioni che ci avevano portati a produrre un’opera del genere.

In che modo le vostre sonorità, contemporanee e “tecnologiche”, riescono a sposarsi con un racconto dalle atmosfere riconducibili ad una realtà estremamente “analogica”?

Ci sono importanti consonanze tra quello di cui parla il film e il motivo per cui io e Alessandro approcciamo questo tipo di suono in un determinato modo. Più che uno scopo legato all’utilizzo di questa o quell’altra tecnologia per raggiungere un traguardo sonoro, da sempre cerchiamo di produrre una musica che, idealmente, permetta a noi e a chi ascolta di evadere per un attimo da una realtà oggettiva che può anche non essere più riconosciuta come quella ufficiale alla quale adattarsi per forza di cose. Non è un rifiuto, ma l’esigenza di andare a ricercare proprio quegli stati d’animo e quei modi di essere non più giudicati accettabili dalla società dei consumi e dall’industrializzazione selvaggia 2.0. 

Nel nostro piccolo, abbiamo scelto di portare avanti un discorso musicale completamente estraneo a dinamiche di mercato o direttive strutturali che, teoricamente, dovrebbero condurre ad una guerra tra poveri in cerca di un posto nell’Olimpo. Non ci interessa, e rigettiamo interamente l’idea di doverci adattare a qualcosa che non sentiamo nostro e che ripudiamo in larga parte. Cerchiamo sempre di sviluppare una (letterale) visione sonora che ci consenta di trascendere quella parte di realtà materiale per noi obsoleta, provando a dare spazio a ciò che riteniamo importante in quanto sezione di un vivere attuale ugualmente possibile senza dover per forza ricorrere a qualsiasi imposizione di modernità. Per fare questo usiamo mezzi tecnologici moderni, certo, ma mantenendo sempre vivi quel calore e quella quiete interiore necessaria per condurre una vita in sintonia col nostro pensiero.

Non è un caso se il nuovo album si intitola “Meantime / Elsewhere”, cioè “allo stesso tempo” ma “altrove”, perché vuole invitare la realtà interiore (nostra e di chi ascolta) a compiere un pur breve cammino attraverso le strade di un altro approccio alla vita terrena che non è rifiuto, ma solo pretesa di riconoscimento che si fa, da un lato, rassegnazione ma, dall’altro, mantiene un certo orgoglio vitale sospeso nel tempo. Essere qui e ora, in sostanza, ma dall’altra parte della strada.

Una collaborazione in un film dove figura un nome del calibro di Ascanio Celestini è sicuramente un bel traguardo. Quali sono i prossimi progetti?

Quella de “Il paese interiore” è stata un’esperienza splendida, Luca e Massimiliano sono professionisti di altissimo livello e, certamente, accompagnare col suono la narrazione di un maestro come Celestini ci riempie di gratitudine e di orgoglio. Più che traguardo, però, credo sia una fondamentale tappa di un percorso di crescita che dura, ormai, da quasi undici anni e che vorrebbe proseguire attraverso ulteriori esperienze di questo calibro. Tra i prossimi progetti c’è in dirittura d’arrivo il nuovo disco in uscita in autunno con una piccola ma importante etichetta tedesca, Midira, nel cui roster figurano artisti che ammiriamo moltissimo come, tra gli altri, Aidan Baker, Fabio Orsi, Giulio Aldinucci, Alessio Dutto e Werl, un progetto sperimentale che coinvolge Baker e Tomas Järmyr (l’attuale batterista dei Motorpsycho). Sia io che Alessandro, poi, abbiamo anche dei progetti paralleli, e poi c’è AR Recordings con tutte le sue novità periodiche: un piccolo collettivo musicale attraverso il quale sosteniamo noi stessi e artisti amici di valore e con idee importanti, supportandoli nel loro percorso con la nostra esperienza sia produttiva che comunicativa.

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