Rino Genovese. Volto, voce e cuore delle aree interne in Rai
«Credo di essere uno dei pochi giornalisti in Italia che ha chiesto, e ottenuto, di essere demansionato. Per anni mi sono diviso, con tanto impegno e sacrificio, tra il ruolo di caposervizio e quello di inviato. L’ho fatto perché non volevo relegarmi alla sola parte del mestiere che si svolge dietro la scrivania. Ad un certo punto, ho detto basta. Ho rinunciato a benefici economici e alla carica, ma voglio dedicarmi a ciò che mi rende davvero felice: il giornalista di strada, tra la gente».
Rino Genovese è da oltre vent’anni il volto e la voce dell’Irpinia in Rai. Con trasporto ha raccontato la bellezza dei luoghi; con serietà ha informato dei tristi eventi di cronaca. E ha dimostrato che, a differenza di ciò che dicono le chiacchiere da bar, non è sempre vero che con il passare del tempo la passione si spegne: Genovese vuole continuare a vivere il lavoro del giornalista “consumando le suole delle scarpe” e mettendoci la faccia, in tutti i sensi.
D’altronde, non è la prima volta che avviene un cambiamento nella sua carriera. Agli inizi, è passato dalla carta stampata alla televisione. Come mai?
Ho cominciato ad amare questo lavoro scrivendo sui giornalini della scuola ma, più che per la scrittura in sé, ho una passione per il racconto. Inoltre, ho una formazione molto eclettica. Sono – da allievo dell’Accademia Militare di Modena – un mancato ufficiale. Per la facoltà universitaria, anche un mancato avvocato. Ma due esperienze in particolare hanno influenzato molto il mio percorso: praticare arti marziali, per la costruzione della mia personalità; e frequentare una scuola di teatro: lo studio della dizione, l’approccio con il pubblico, sono fondamentali nel mio mestiere. Il passaggio effettivo alla tv è stato casuale, perché la vita è una continua ricerca nel corso della quale capitano delle opportunità. Io sono entrato in Rai come assistente ai programmi: facevo le fotocopie, mi occupavo del gobbo. Poi sono diventato programmista-regista e tempo dopo si è creata un’occasione: si cercavano dei giornalisti professionisti per una rubrica. Passai la selezione, e da lì è partita la mia avventura dall’altro lato dello schermo…
…che l’ha portata alla ribalta nazionale. Eppure, non ha mai voluto lasciare la Campania. Perché?
Perché ho capito cosa mi piace davvero fare: raccontare il mio territorio. Trovo la mia vera esaltazione e soddisfazione quando posso trasmettere le bellezze della mia regione. Voglio far parte di questa storia e ancor di più di quella della mia provincia. Ecco perché, ogni volta che posso, cerco di essere la voce delle aree interne, Irpinia e Sannio, che sono poco rappresentate. Nella mia redazione ci sono moltissimi e bravissimi colleghi, ma io sono l’unico irpino.
Perché le eccellenze irpine di cui racconta nei suoi servizi non riescono ad emergere? Quali sono i problemi?
Non ci sono problemi, ma una colpa: la totale assenza da almeno vent’anni, perché parlo di quelli che ho vissuto da vicino, di una vera politica di promozione del territorio. Siamo invasi da sigle, acronimi, enti, che dovrebbero occuparsene e invece? Intanto scorrono fiumane di milioni di euro che non hanno lasciato nulla del loro passaggio. Ho sperimentato con il Tg Itinerante con quale facilità possiamo far innamorare della nostra terra semplicemente raccontando la verità. Spesso, dopo un mio servizio, dalle altre province si recano nel paesino che ho descritto. Ma una volta lì le persone non trovano servizi, nemmeno un bar aperto e magari il castello che ho mostrato è chiuso! E fioccano le proteste alla redazione… Gli attori veri del progresso sociale e culturale di un territorio, di cui anche il mondo dell’informazione fa parte, devono resettare tutto e mettersi a tavolino. Siamo a disposizione per raccontare la bellezza, ma serve una strategia.

Giornalismo e social: è reale la deriva della professione o si generalizza?
Questo è il problema più serio che ha la nostra categoria, ed è su questo che misureremo la nostra capacità di essere giornalisti. Dobbiamo riuscire a mettere un argine a questa deriva dell’informazione, più che della professione in sé. Ben vengano i video fatti in strada con il cellulare, ma vanno contestualizzati, filtrati, dai professionisti. La prima sfida è il controllo delle fake news. La verifica delle fonti è l’ABC del nostro lavoro, oltre che un dovere deontologico. Dobbiamo però essere bravi a creare cultura nel lettore, che deve rivolgersi alle fonti accreditate.
E come si fa?
Bisogna ragionare. Si stanno studiando dei marchi di garanzia, elaborando delle ipotesi. Siamo in un periodo di transizione della professione, in cui si apprende sbagliando. Arriveremo al punto in cui le nuove modalità di fruizione saranno consolidate e il mestiere del giornalista troverà di nuovo la sua massima espressione. L’obiettivo finale è avere un lettore consapevole di quali siti siano attendibili. La figura del giornalista non scomparirà mai, si evolverà. Saremo sempre più versatili e tecnologici, tra qualche anno gireremo ognuno col proprio drone! Il giornalista del futuro sarà un “super-professionista” al passo con i tempi, affidabile e indispensabile. C’è stato un momento in cui chiunque poteva fare il giornalista. Oggi, per fortuna, non è più così. Bisogna studiare, prepararsi e aggiornarsi.
Molti attacchi alla categoria sono stati fatti anche per la gestione dell’informazione in pandemia…
Nessuno era davvero preparato ad affrontarla, non solo i giornalisti. Io sono stato subito in prima linea, sulla mia pelle ho capito la difficoltà di verificare le fonti in una confusione che è stata anche medica, e non solo informativa. C’è chi, per lo scoop a tutti costi, ha esagerato i toni e i modi, e quello è un brutto giornalismo. Ma la situazione è stata molto complessa. Non siamo scienziati, e gli stessi esperti dicevano cose a volte contrastanti.
Da fruitore, dove si informa?
Sono un affamato, cerco sempre più fonti. Non ho “preferiti”, leggo di tutto e credo che avere un unico punto di riferimento sia un errore, bisogna sempre comparare. Consultare anche testate che sentiamo “lontane” dalle nostre idee, e non solo cercare la conferma di ciò che già pensiamo.
È difficile, ma se proprio dovesse scegliere la più emozionante tra tutte le storie che ha raccontato?
Quella del primogenito di un boss della camorra che ha portato a termine il percorso di transizione e adesso è una donna eccezionale. Ha avuto il coraggio, in quel mondo, di confessare e portare avanti la sua scelta, subendo violenze indicibili. Un giorno, tenendo un incontro al carcere di Poggioreale, c’era il padre che, dopo tantissimi anni, l’ha finalmente abbracciata. Oggi è impegnata per i diritti della comunità LGBT, presiede un’importante associazione di settore, dedica il suo tempo alle donne vittime di violenza e a chi vuole cambiare identità di genere. Rispetto a persone come lei, di tale forza e altruismo, mi sento un granello di sabbia. Mi appassiona la capacità di darsi agli altri. Chi si crogiola del suo successo non mi interessa.
E qual è la notizia che non avrebbe voluto dare?
Il giornalista è lo storico del contemporaneo e la storia è in tutto, nella magnificenza e nella crudeltà. Non ci sono notizie da non trasmettere. Non possiamo permetterci di scegliere, abbiamo il dovere di raccontare la verità, la realtà che ci circonda, anche di denunciare, purché nel rispetto delle regole deontologiche. Non possiamo girare la faccia dall’altra parte, anche quando lo preferiremmo. Altrimenti non siamo giornalisti, ma romanzieri. Poi la differenza è nel “come” informiamo. Io spero di averlo sempre fatto nel migliore dei modi possibili.