Alla ricerca dell’Irpinia perduta

 Alla ricerca dell’Irpinia perduta

Irpinia Archeologica

Sandra Lo Pilato, archeologo di Mirabella Eclano, laureata in lettere con indirizzo archeologico presso l’Università degli Studi di Salerno, specializzata in archeologia classica, tardoantica e medioevale e dottorato di ricerca in Archeologia medioevale, ci guida in un tour suggestivo per raccontarci le preziose testimonianze della storia che ha attraversato l’Irpinia. Tra scoperte, difficoltà e progetti riscopriamo questa terra, la cui ricchezza viene restituita alle nuove generazioni e ogni volta è una nuova emozione.

La figura dell’archeologo ha subito un’evoluzione nel corso degli anni, tanto che nell’immaginario collettivo è dapprima visto come una figura letteraria, poi come impavido ricercatore di tesori nascosti fino ad oggi, collimante a personaggi del piccolo schermo, conduttori di format di intrigante narrazione. Quale è, invece, il profilo di un archeologo?

È un po’ come la storia dei medici che negli anni ’90 venivano affiancati tutti a George Clooney, il fascinoso Dr. Doug Ross di E.R. Medici in prima linea, aggiungerei con somma delusione. Esattamente come allora, oggi il profilo reale dell’archeologo non corrisponde a narratori, seppur eccellenti, come Alberto Angela o Mario Tozzi. Siamo scienziati che, attraverso ricostruzioni meticolose e regole molto rigide e sistematiche, cercano di giungere ad una ricostruzione, quanto più plausibile possibile, di un passato che è ormai distrutto per sempre. Analizziamo, svisceriamo, cataloghiamo indizi che amalgameremo tra loro attraverso lo studio e la cultura che abbiamo immagazzinato. A partire dagli anni ’70 è stata meglio configurata la figura dell’archeologo che diventa tale dopo un percorso di studio ben preciso, a partire da una formazione classica, una laurea in lettere, beni culturali, architettura con indirizzo archeologico e la successiva scuola di specializzazione.

Relativamente al percorso formativo, come si pongono le nuove generazioni dinanzi a questa professione?

È sempre stata vista come una professione affascinante, misteriosa, ma essendo necessaria una formazione lunga e complessa di circa dieci anni, compreso di dottorato, qualcuno desiste anche per la gratificazione economica che spesso non è proporzionata alla fatica in termini di studio, profusa negli anni precedenti. Faccio presente che alle scuole di specializzazioni e al dottorato si accede tramite concorso e che lo stile di vita è davvero molto impegnativo se si pensa che oltre le otto ore di lavoro in cantiere ce ne sono diverse impiegate a casa per la redazione di documenti. Negli ultimi tempi rilevo molte più opportunità di lavoro e ciò è attribuibile alle diverse

 

opere pubbliche in corso (ferrovia, alta velocità) che garantiscono attualmente una certa continuità lavorativa.

Sulla bilancia quindi non troviamo soltanto la mole di lavoro e la gratificazione economica, ma piuttosto qualcosa di più prezioso e trainante che leggo nell’enfasi dei suoi racconti. Quale è la forza che muove tutto?

Non c’è fatica che possa fermare un archeologo poiché questa è una professione che ha nelle mani il nostro passato e probabilmente anche il futuro. Ciò che torna è patrimonio della comunità tutta e oltre che decifrato, va preservato.

DEA_MEFITE

Opera principalmente in Campania e il suo amore per la nostra Terra è lampante. Secondo la sua visione, siamo consapevoli delle ricchezze che la storia ci restituisce?

Siamo un popolo di esterofili, abituati a dare per scontato ciò che abbiamo, facendo trapelare quel senso di inadeguatezza rispetto ad altri paesi. Manca la consapevolezza delle potenzialità di queste terre e la responsabilità è sicuramente di chi siede ai “posti di comando” che probabilmente non consce adeguatamente la nostra realtà. L’Irpinia è ricchissima e cela un’infinità di preziose opportunità, una terra di mezzo che ospitava gente con usanze diverse rispetto agli abitanti delle coste. I Sanniti, popolo di pastori e guerrieri, vivevano in città meno monumentali rispetto a Paestum con i suoi templi o come la villa di Poppea a Boscoreale. Abbiamo però il santuario della Dea Mefite dove terra, acqua, vapori e bosco vanno, come diceva Virgilio, a “nereggiare” su quei costoni che scendono nel lago bollente. Lì, 600 anni prima di Cristo, le persone si recavano a pregare questa Dea misteriosa che difendeva la vita e la fecondità delle donne, ma anche la morte. Reperti meravigliosi sono stati trovati in quel lago, gettati come dono alla Dea. Un patrimonio di collane di ambra, statue di terracotta raffiguranti cinghiali, animale sacro per la nostra gente, simboli del lupo. Non abbiamo nulla da invidiare ai templi di Paestum, risalente allo stesso periodo, ossia al 500 a.C.: abbiamo le colonne di terra dell’Irpinia.

Dopo mesi di restrizioni, spesso anche psicologiche, siamo in un momento in cui si riprende a programmare uscite. Se le chiedessi di guidarci in un tour archeologico nelle nostre terre?

L’Irpinia pullula di gente almeno da 5000 anni e i diversi villaggi lo testimoniano. Come quello a Mirabella Eclano, in località Madonna delle Grazie, abitato da persone che già raggiungevano Paestum e la Puglia attraverso strade che costeggiavano i torrenti. Le tombe erano costruite scavando nel tufo morbido e comunicanti tra di loro, tanto da sembrare un alveare. Qui è stata ritrovata la tomba del capo villaggio, un individuo di sesso maschile la cui sepoltura è più imponente rispetto alle altre; accanto a lui un grosso bastone di pietra spezzato, a simboleggiare un ruolo di comando concluso e ai

 

suoi piedi adagiato un cane. Un cimitero di 5000 anni, istantanea della società di allora ma anche delle emozioni che tornano dopo millenni, dal cuore dei nostri antenati ai nostri. Tutta l’Irpinia è testimonianza di una regione viva, abitata in modo sistematico già in età preistorica; una terra di passaggio, percorsa, calpestata. Facciamo un salto di millenni e arriviamo all’età del ferro, al 700 a.C., siamo a Bisaccia dove è stato scoperto un sepolcreto, una necropoli appartenente a comunità ben organizzate e che comunicavano già con il Cilento per strade velocissime, oggi inesistenti. La Via della Lana, luogo di commercio tra le genti irpine e abitanti delle coste, a sostegno di un’attività tutta al femminile; le donne irpine specializzate nella lavorazione della lana, arrivavano nella zona di Paestum. Qui sono state rinvenute le tombe di queste donne che provenivano dall’Irpinia, seppellite con oggetti particolari utili al riconoscimento come il fuso o i pesi da telaio o con ornamenti specifici dell’età del ferro, per le nostre donne, come i bracciali ad “arco inflesso”. A quell’epoca la nostra Irpinia era socialmente molto ricca ed articolata ed una delle testimonianze più evidenti è la tomba della Principessa di Bisaccia, che risale a circa la metà del 600 a.C. Si riferisce ad una fanciulla dal ruolo importante, sepolta in posizione predominante rispetto alle altre tombe, con una serie di vasi in rame e bronzo. Ai suoi piedi gli spiedi per cuocere la carne ‐ che venivano posseduti solo da persone molto importanti in quanto distribuire la carne era compito del capofamiglia e del capo di una comunità‐ due uomini, probabilmente due guerrieri e dei bambini accanto a lei. Sul suo corpo sono stati ritrovate circa 2000 borchiette di rame, probabilmente cucite sul suo abito e adornata da 51 bracciali ad arco inflesso, 25 ad un braccio e 26 all’altro. I suoi capelli erano agghindati con un “tutulus”, acconciatura tipica delle donne d’Irpinia ma anche dell’Etruria, intrecciati con cristalli e sul suo corpo appuntate delle spille d’ambra. Una tomba straordinaria rinvenuta in Irpinia ed attualmente esposta nel Museo di Bisaccia. Giungiamo all’età sannitica, quando questa regione era abitata da un popolo bellicoso, fiero, dedito alla pastorizia, all’agricoltura e alle guerre. Ha difeso la propria indipendenza e la propria identità contro l’invasione dei romani, fino allo stremo, fino a soccombere inesorabilmente. Numerose le testimonianze dell’età sannitica, come l’Arce, fortificazioni in opera megalitica con grossi blocchi messi uno sull’altro che disegnavano cinta monumentali, che si trovano sparse ovunque (Monteverde, Lioni, Avellino). Abbiamo templi come Macchia Porcara a Casalbore, probabilmente dedicato ad una divinità femminile all’interno di un’area archeologica che si può visitare, insieme a tombe, sia a fosse che a tumulo, che disegnano il territorio. Arriviamo a Flumeri, all’abitato vastissimo di Floccaglie, che nasce verso la fine dell’età sannitica e con evidente influenza romana, poi distrutto nell’ 89 a.C all’arrivo del generale romano Silla e agli ultimi combattimenti di questa gente fiera di resistere ai romani; una guerra sociale in cui Silla arriva bruciando tutto e l’Irpinia viene

 

assoggettata ai romani. Lo strato di bruciato ritrovato a Floccaglie testimonia tutto ciò. Aeclanum, una città meravigliosa, strutturata lungo la via Appia, vicino al Santuario dedicato alla Dea Mefite in cui oggi ritroviamo questo parco archeologico stupendo anche dal punto di vista paesaggistico. Procediamo verso la città di Conza e Abellinum, quest’ultimo centro importantissimo dal punto di vista delle testimonianze. La Basilica di Prata di Principato Ultra con le sue catacombe, un monumento eccezionale di epoca paleocristiana ma anche longobarda. Tante sono le testimonianze che non ti aspetteresti in Irpinia, fino al Medioevo Irpino, la cui prova è la grande presenza di Cattedrali e Castelli che vanno come spilli a bucare le colline di questa terra.

AECLANUM

Spesso le tappe che lei ci indica sono sconosciute ai cittadini: perché accade? Mancata attenzione, disattenzione di enti o più semplicemente disinteresse?

Sostengo che in origine ci sia una errata comunicazione di chi dovrebbe fare promozione del territorio. Le amministrazioni, non tutte, spesso sono legate molto più alla cementificazione che garantiscono un utile immediato. La gente comune, messa a conoscenza, si innamora invece di questa Irpinia. Un ruolo fondamentale lo ricopre musei e siti che andrebbero sicuramente meglio gestiti, con aperture costanti anche nel fine settimana e guidati da una comunicazione fluida e corretta.

Quale è quell’episodio che l’ha coinvolta professionalmente che ha al centro l’Irpinia, uno scavo e una forte emozione?

Ho scavato tantissime tombe, più di 1500 ed è un’emozione unica ogni volta. Come la tomba di un bambino, il cui scavo è arrivato subito dopo la laurea e mi è rimasto nel cuore. Sepolto circa 1400 anni prima, ma qualcuno tornò dopo la sepoltura a portare un dono: una specie di anforetta in terracotta con impressi diversi disegni, animali fantastici, fiori, simboli. Una commozione che ritorna ora, anche mentre parliamo.

A cosa sta lavorando?

Attualmente sto collaborando come supporto alla tutela con la Soprintendenza. Un incarico che mi onora, arrivato dopo una selezione. Un’esperienza preziosa per me in quanto ho il privilegio di poter contribuire, nel mio piccolo, alla protezione di questo meraviglioso territorio. Finita questa esperienza tornerò ai miei amati cantieri, alla mia terra perché non so vivere senza impastarla tra le mani, privata del balenio degli oggetti che tornano dal passato e che risalgono ai nostri antenati. Mi fermo a riflettere su quanto debba sentirmi fortunata e di quanto poi tutto questo affanno quotidiano sia ripagato da questo privilegio che la vita mi ha donato.

Grazie Dottoressa. Buon lavoro.

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