Guardia Lombardi

 Guardia Lombardi

Foto Guardia_Giovanni Di Santo;

Sapori di un mondo antico - di Emanuela Sica

Il profumo del basilico risaliva lento come una vecchia che procedeva adagio, il passo legato alle gambe stanche, sottomesse ad una richiesta di grazia, sofferenza pulsante nel cuore di mamma. Con incrollabile fede saliva, una ad una, le scale della Chiesa, nel silenzio d’ovatta e scirocco, interrotto appena dal rumore di una finestra che si apriva alla frescura del tardo meriggio. Quella fragranza si mescolava, nelle mie narici, con altri aromi legati ai ricordi d’infanzia. Il senso pungente e legnoso del rosmarino, la corposa e vellutata salvia, infine la fresca mentuccia, si rincorrevano come bambini spensierati nella piazza del paese. Si tiravano per le maglie del tempo, urlando momenti di vita vissuta, smuovendo i miei “sovrappensieri”, scardinando porte chiuse ed emozioni nascoste dalla polvere di un giorno qualunque. Accompagnata dal rintocco della campana ecco ritornare l’euforia della domenica a pranzo dai nonni. Tutti in attesa del secondo a base di carne: il coniglio m’buttitu¹ ripieno di ricotta, formaggio pecorino, pinoli e uvetta passa, in bella mostra, fumante e gonfio del suo tesoro di odori e sapori, su un letto di patate speziate, alcune incollate al fondo della teglia, caramellate al punto giusto, altre incrostate a numerosi rametti di rosmarino. Nonna Carmela sul cuccio² era sp’cializzata³ e non le importava (anche se faceva finta di non saperlo) che mia madre non mangiasse formaggio. Tant’è che quando nonno Rosetto la rimproverava, sostenendo che avrebbe potuto (o forse dovuto) fare un secondo diverso, rispondeva, alquanto stizzita: <<A Ninì ng’piace⁴>> e tanto le bastava per precisare l’ovvio: una mamma, quando cucina, pensa solo a far contenti i figli, il resto non conta. Sviando velocemente, da una casa all’altra, come una farfalla attratta dai profumi multicolori dei fiori, in bella mostra su finestre e balconi, ecco arrivare sul palato il gusto, il sapore leggermente piccante, della salvia in pastella di Ze Linuccia. Era solita friggerla al momento e dire: <<è cauda, favurisci…5>> accompagnandola con l’immancabile vino rosso zucch’rinu6 (fatto con l’uva della preula7) e del buon caciocavallo sparziunatu8 per l’occasione, a cui faceva seguito la supr’ssata9, preparata a curtieddru10 da nonna Marietta e Catarina. Zi Cesare invece, il marito di Ze Linuccia, preferiva la cicoria sfritta11 e ne richiedeva la preparazione insieme alla migliazza12 infarcita, al punto giusto, di cecul13 e non troppo spessa, per lui l’altezza giusta era doi det14. A seguire il concerto delle cicale, sull’ondeggiante movimento del grano, preso per mano da rinfrescanti venti provenienti dai boschi e il brillio delle lucciole a rincuorare le poche stelle, come per indicare la via dei sogni, mentre Zi Salvatore cunzava15 i fagiolini (del suo orto) con la mentuccia, aglio, abbondante olio d’oliva e qualche goccia di aceto di vino rosso. Steli spezzati di un verde brillante, saporito e croccante, in grado di accompagnare degnamente la frittata di verdure: zucchine, pomodori e friarielli16, rigorosamente a chilometro zero. <<Taglio la pasta e m’assettu17>> esordiva Ze Rosetta, la moglie, nel dietro cucina intenta a finire di preparare, alacremente, i tagliolini all’uovo per il giorno dopo, in onore del Santo Patrono: San Leone. Impastati con la farina del mulino d’r Tavern18e uova di gallina ruspante portate da Cietta la parziunala19, poi messi a seccare sul tumbagnu20. In quella casa non mancava mai la presenza di Pierina, vedova e vicina di casa, che spesso portava la scamorza secca21, di regola fusa sulla gratiglia22 al posto della carne, mentre piccole patate erano messe a cuocere sotto la cenere. Nel borgo, tra pietre smussate e strade inarcate, di relitti passeggeri tortuosi, tra case disabitate e vecchi portali, che ancora sopravvivevano allo spopolamento, l’aria tendente al notturno, abbracciata a quegli aromi così intensi, mi raccontava storie di sapori, probabilmente perduti. Io camminavo non speditamente, pur conoscendo la strada a memoria. Ogni tanto mi fermavo per respirare, a pieni polmoni, quegli effluvi calamitici, cercando di captare immagini, parole e frammenti di vita da rimodulare e riagganciare alla mia nuova esistenza. Così, quando il mio fedele accompagnatore preannunciò la presenza delle scale, compresi che ero quasi arrivata. Con un’impercettibile esitazione iniziai a scendere tre piccoli gradini. 

Emanuela Sica

Poi qualche passo in avanti, dieci per l’esattezza, e ne discesi nuovamente quattro, stavolta più grandi, più profondi dei primi. Attraversai una piccola stradina, con qualche fuossu23 di troppo e, giunta nel luogo in cui ero diretta, poggiai la mano per sentire, capire. Era il portone dei miei nonni materni. Incistata nella parte superiore, la potevo ancora toccare, la pietra che Vito aveva fiondato a velocità strabiliante, per sbaglio, cercando di colpire un barattolo di latta. Non ebbi bisogno di bussare, la porta, come di consueto, non era chiusa ma solo appuggiata24. Entrai prima nel corridoio, poi nella cucina e da lì sentii, chiara e cristallina, la voce di nonna Marietta. Doveva essere nello stanzonu25 come chiamava lei la grande stanza nella quale svolgeva le faccende più delicate e complicate della vita quotidiana. Lì salava i prosciutti, preparava i salumi, li metteva ad essiccare e, grazie alla sua compagna di lavoro, la furnacella26 preparava piatti che nella cucina a gas, a suo dire, non venivano bene. Come ad esempio: i fagioli o i ceci cotti nella pignata27, le spighe bollite nel caudaru28la cunserva29. Senza fare rumore entrai mentre lei chiedeva a sua madre, nonna Cuncetta, indaffarata a scegliere il basilico buono da mettere nei buccacci30, di sentire se la salsa era <<bona d’salu31>>. Nonna era di spalle e rut’liava32 con vigore, di tanto in tanto aggiungendo piccole fascine33 al fuoco che crepitava, come lieve musica in sottofondo. Il tenace odore del pomodoro in ribollita non faceva altro che smuovermi le labbra all’insù, abbozzando e infine aprendo un ritrovato sorriso. Nonno Raffaele, intanto, sul grande e antico tavolo di marmo (appartenuto al suo bisnonno) tagliava il pane con un coltello che aveva una micidiale apparenza: <<quissu nu’l’avita tucca34>> ripeteva come un mantra quotidiano anche se nessuno si azzardava a prenderlo perché incuteva un sincero timore reverenziale. Ogni fetta o angolo di quel pane, cotto nel forno a legna di Teresina, profumato di farina buona e caldo croccante, aveva un nome, una proprietà. <<Lu cuzzettu è p’la c’ccarella35>> eccolo esclamare con soddisfatta gioia, guardando verso di me. Quella c’ccarella ero io che, senza fiatare, attendevo il pezzo miu36 per morderlo con fame bambina. Di fronte a lui, Grazia la zozz’ra37, la vicina di casa, seduta su una minuscola sedia di paglia, n’zrtava38 agli come se stesse rifacendo le trecce ai suoi capelli. Con la stessa delicatezza di chi tocca la materia di Dio con rispetto e riconoscenza. Una volta pronto il pane, con fettine d’aglio veniva accarezzato, messo su una guandiera39 che nonna usava per le grandi occasioni con un filo d’olio a crudo e pummador fresch40, tagliate a due parti e messe in bella vista, spolverate d’origano senza miseria. Eppure non mancavano mai morsi, di nascosto, agli altri pomodori, distesi su teli ad asciugare, sodi e succosi tanto che sembravano scrigni deliziosi di sapidità stranamente dissetanti. <<Giuro, non ho mangiato nulla>> ed eccola pronta la macchia che si materializzava, come per magia, comparendo in bella vista sulla camicia nuova, pronta a tradirti al momento opportuno o forse dovrei dire inopportuno.

 <<Chiamati Ninino, ca è prontu p’mangià41>> e il rumore delle sedie, insieme alle chiacchiere ritornavano a sedersi, nei corpi felici e sereni, intorno al tavolo allungato per l’occasione. Io seduta di fianco a mio padre, a seguire mia madre e mia sorella piccola, nonno a capotavola. Grazia e nonna che si spicciavano42 a fare e portare i piatti di fumanti maccarunari43, fatti in casa da nonna e accompagnati dal sugo di braciole44 e tantu abbunanziusu45 da sfamare un esercito. Intanto Gerardo (il marito di Grazia) arrivando trafelato, si scusava del ritardo togliendosi la copp’la46. Per dolce, già in esposizione sulla matrella47 l’immancabile crostata di amarene (home made, come si dice adesso). Nonna possedeva una ricetta segreta per la pasta frolla perché era soffice e friabile al tempo stesso ed io le dissi, anche stavolta: <<Nonna e’cumm’sap…48>> ricevendo un sorriso di approvazione e un cenno con la testa, come per dire grazie. C’era stato un passaggio di staffetta per la raccolta delle marene49, dopo che nonno cadde dalla scala strafacciann’s p’bona part50, il compito passò a mio padre che sembrava ben felice di farlo. Pur indossando il grembiule (a fiori piccoli) di nonna, immancabilmente, finiva per sporcarsi la camicia e il pantalone. Allora mia madre lo rimproverava dicendogli: <<la prossima volta…t’è mett la tuta!>>51. Lui, tuttavia, imperterrito e caputuostu52 non ascoltava. Era uno spettacolo guardarlo mentre le raccoglieva. Le prendeva una ad una, quasi come fossero gemme preziose, poi ci ragionava, qualcuna la mangiava, altre le metteva nel cestino, altre ancora le buttava prendendosela con gli uccelli, rei di averle beccate e rovinate. Alle donne di casa era riservato il compito di farne marmellata o metterle sotto spirito, dopo averle condite con lo zucchero e messe al sole per alcuni giorni ricoperte da teli bianchi trasparenti, una attrazione per mosche e insetti che, tuttavia, non riuscivano nell’intento di assaggiarne mancu nu fricchiu53. Finito il pranzo ecco arrivare il riposino pomeridiano…tutti nei rispettivi letti, pigiama compreso e <<ognuno a la casa54>> come diceva nonno per salutare Grazia e Gerardo che andavano via. Anche io ero nella mia stanza, guardavo fuori e vedevo il mio futuro pensoso tra i banchi di scuola. La mattina dopo avrei dato il mio primo esame: quello di quinta elementare. Ero impaurita eppur serena perché pensavo che il mio maestro (Benito) doveva aver ragione quando diceva che la vita era piena di esami ma il più difficile non era quello. Il rintocco dell’orologio del campanile annunciò che erano le otto di sera e io mi svegliai da quel miraggio rivestito di ricordi. Ero ferma davanti alla casa dei nonni. Non c’era nessuno. Non una voce, non un richiamo di vita. Gli occhi erano aperti eppure intorno a me non vedevo più nulla. Ero tornata di nuovo adulta, non più vedente, quasi paralizzata dal buio che aveva invaso la mia vita da cinque mesi a questa parte. Eppure se le pupille non possedevano più capacità, perché il cervello così aveva deciso, i miei ricordi erano tornati per la porta del naso, bussando piano alla casa del cuore. Sarà stato il profumo del basilico e delle erbe aromatiche, il sapore del pane appena sfornato e la nostalgia della mia infanzia a farmi rivedere il mio “piccolo mondo antico” in una giornata qualunque. Era dunque giunto il tempo di spostare in avanti le lancette della mia esistenza e “Ciuk”, il mio fedele cane, addestrato per accompagnare i non vedenti, mi avrebbe mostrato la via del ritorno a casa, dai miei figli.

1 Imbottito-ripieno.

2 Coniglio.

3 Specializzata.

4 A Nino piace.

5 E’ calda, puoi mangiarla.

6 Dolce.

7 Vigna nata sul pergolato.

8 Tagliato a due parti.

9 Soppressata.

10 A coltello: la carne di maiale per la soppressata veniva sminuzzata con il coltello e non con il tritacarne.

11 Soffritta con aglio ed olio.

12 Pizza di mais cotta al forno.

13 Tocchetti di carne e grasso di maiale salati ed essiccati.

14 Due dita.

15 Condiva.

16 Peperoni verdi fritti.

17 Mi siedo.

18 Delle Taverne (frazione del paese Guardia Lombardi).

19 Mezzadro/a.

20 Spianatoia dove si lavora la pasta.
21 Mozzarella essiccata.

22 Graticola.

23 Avvallamento, fosso.

24 Appoggiata.

25 Grande stanza.

26 Piccola fornace per cucinare i cibi.

27 Contenitore di terracotta per cuocere i legumi.

28 Grande pentola di rame usata per cuocere grandi quantità di cibo.

29 Salsa cotta, conserva di pomodoro.

30 Barattoli di vetro.

31 Buona di sale.

32 Girava.

33 Sottili legnetti per attizzare il fuoco.

34 Questo non lo dovete toccare.

35 L’angolo del pane è per la mia C’ccarella (espressione tipica di nonno non traducibile in italiano).

36 Mio.

37 La sposa.

38 Intrecciare.

39 Vassoio.

40 Pomodori freschi.
41 Chiamate Nino che è pronto per mangiare.

42 Muovevano con solerzia.

43 Piatto tipico Guardiese: appartenenti alla tipologia degli “Scialatielli”.

44 Involtini di carne di vitello con formaggio, aglio e menta.

45 Tanto abbondante

46 Coppola: berretto tradizionale del paese.

47 Madia ove si riponeva il pane e gli avanzi del pranzo e della cena.

48 Nonna è buonissima.

49 Amarene.

50 Ferendosi in più parti del corpo.

51 La prossima volta devi metterti la tuta.

52 Testardo.

53 Neanche un po’.

54 Ognuno a casa sua 

Quarantotto pagine, patinate e a colori. Un sito agile ed intuitivo. Free-press bimestrale e giornale online, per un'Irpinia come non l’avete mai vista. Che siate irpini, oppure no