Gene Gnocchi, ritratto semiserio di un artista paradossale

 Gene Gnocchi, ritratto semiserio di un artista paradossale

Nato in Emilia-Romagna, Eugenio Ghiozzi, in arte Gene Gnocchi, è l’espressione perfetta della sua terra: verace, diretto, ironico, contagioso e, a volte, estremamente sarcastico. Queste connotazioni caratteriali, unite a una grande cultura, a un’infinita curiosità e alla capacità di analizzare la vita e le sue sfumature senza ipocrisie, ma con un senso dell’umorismo agrodolce, gli hanno permesso di ricoprire vari ruoli (attore, scrittore, comico, presentatore televisivo e radiofonico, autore) spiccando per originalità e ottenendo sempre  un grande consenso  da parte di un pubblico affezionato, che lo ha seguito per tutto il percorso della sua lunga e fortunatissima carriera.

Lei in realtà è laureato in Giurisprudenza, facoltà che sembra poco corrispondente al suo profilo, come mai questa scelta?
Perché ero il primo di sei figli e Giurisprudenza era la facoltà che allora dava maggiori possibilità di trovare lavoro, e quindi di guadagnare, in breve tempo.

Da ragazzo come immaginava che sarebbe stato il suo futuro?
Volevo fare il calciatore professionista ma, dopo un anno all’Alessandria, sono passato a una Società di serie D e quindi ho dovuto, a malincuore, prendere coscienza del fatto che la mia carriera sarebbe sempre stata a quel livello, così ho preferito abbandonare quel sogno e concentrarmi sugli studi.

Com’è approdato sul palcoscenico?
Stavo lavorando come avvocato quando Stefano Galli, un collega con cui volevo aprire uno Studio Associato mi portò allo Zelig (ndr. famoso locale di Milano dedicato al cabaret e fucina di grandissimi artisti). Quella sera per me fu come una rivelazione: mi sentii immediatamente a casa e capii che fino all’ultimo giorno della mia vita avrei voluto esibirmi su un palco. Qualche mese dopo ebbi modo di presentare, proprio allo Zelig (che allora aveva una sala grande dedicata agli spettacoli e una piccola dove si esibivano gli artisti non ancora affermati) un monologo che funzionò molto bene e che mi procurò un ingaggio di una settimana. Da quel momento la mia vita cambiò totalmente.

E i suoi genitori come la presero?
Molto male. Per fortuna non ebbero nemmeno il tempo di preoccuparsi perché dopo Zelig venni reclutato per “Emilio”, a cui seguirono “Il gioco dei 9”, “Vicini di casa” e “Scherzi a parte”, per cui la mia gavetta fu davvero breve e il successo mi portò anche la tranquillità finanziaria.

Qual è per lei il significato più profondo della famiglia?
Sostanzialmente i figli, che sono il frutto e il senso della vita. Inoltre essere padre mi ha aiutato a comprendere meglio i miei genitori: due persone eccezionali che, nonostante le difficoltà economiche, hanno permesso a tutti di noi di studiare perché consapevoli che solo la cultura ci avrebbe regalato la libertà intellettuale.

Ha avuto 3 figli in giovane età dalla sua prima moglie e 2 bimbe dal secondo matrimonio. Immagino che siano state paternità molto diverse.
Quando sono arrivati i primi 3 figli (Silvia, Marcello ed Ercole, tutti ormai maggiorenni) io ero in pieno fermento lavorativo e dovevo far fronte a dei debiti di famiglia, per cui le responsabilità economiche erano prioritarie. Inoltre il successo quando arriva ti travolge e ti stravolge per cui, pur amando immensamente i miei ragazzi, ho vissuto la prima paternità in modo meno totalizzante. La seconda, sopraggiunta in età avanzata, con l’arrivo di Irene e Livia (che ora hanno 7 e 4 anni) mi ha invece cambiato letteralmente il modo d’intendere la vita: da un lato è molto malinconico perché capisci che non le potrai veder crescere quanto vorresti, ma dall’altro è una scoperta quotidiana.

Le piacerebbe che uno dei suoi figli seguisse le sue orme?
Vorrei solo che seguissero le loro predisposizioni naturali, chiaramente però se uno di loro abbracciasse la mia professione potrei essere più utile che se decidesse di fare il fisico quantistico.

Oltre a Charlie ha altri 4 fratelli (Alberto, Elena, Federico, Andy), cosa rappresentano per lei?
Sono tutte persone di valore, che mi permettono di confrontarmi e che rappresentano un porto sicuro in cui rifugiarmi nei momenti di difficoltà. Loro sono l’affetto senza condizioni, per cui del “do ut des” rimane solo il “do”.

Charlie è anche lui un artista: ci sono mai state rivalità professionali?

No, siamo sempre stati molto solidali e avremmo anche voluto fare qualcosa insieme, ma non se ne è mai presentata l’occasione. Poi il fatto che ci si muovesse in ambiti diversi (lui è bravissimo in radio) ha sicuramente aiutato.

Anche lei si è cimentato con la radio: per quale motivo l’ha abbandonata? Opportunità o scelta?
Opportunità, perché ho sempre ricevuto proposte lavorative incompatibili con la radio, anche se è un mezzo che mi piace molto e a cui mi sono riaccostato ultimamente conducendo un programma musicale dal titolo Radio Molla con mia figlia Silvia.

La sua vita è ricca di passioni: la musica, il calcio, la recitazione, la politica, la scrittura, la televisione. Se dovesse dare loro un ordine di priorità “di cuore”, quale sarebbe?
Se me l’avessi chiesto un po’di tempo fa ti avrei detto il calcio, ma ormai è cambiato, non è più quello che ho amato io: ora è fatto tanto di business e poco di passione, è più tattico e meno d’inventiva. Oggi quello che davvero mi appassiona è la lettura e, di conseguenza, la scrittura, forse perché a una certa età si diventa anche più riflessivi. La politica invece mi ha deluso profondamente, anche dal punto di vista dello spessore umano di chi la fa.

Fra i tanti programmi che ha condotto quale ricorda con maggior rimpianto?
“Dillo a Wally”, il programma che forse ho amato di più e di cui sono state realizzate una decina di puntate ma che, a mio avviso, avrebbe dovuto avere più spazio.

Non le piace essere definito “surreale”, come descriverebbe la sua creatività?
“Paradossale”. Come diceva Flaiano il comico è un moralizzatore scontento del mondo reale che se ne inventa uno nuovo: in tutto ciò che ho fatto c’è il desiderio di rappresentare la realtà in un modo diverso, “laterale”.

Lei ha indubbiamente una personalità forte e, a volte, un po’ spigolosa, che l’ha portata a sbattere alcune porte: ce n’è una che vorrebbe riaprire?
No perché non sono il tipo di persona che si guarda indietro: evidentemente quando l’ho fatto era quello che sentivo.

L’impetuosità e quel pizzico di permalosità che la contraddistinguono sono una maschera della sensibilità d’artista o un tratto caratteriale?
Chi intraprende questo lavoro si mette in gioco ogni giorno esponendosi al giudizio del pubblico; questo rappresenta una sfida costante che rende fragili, ancora di più oggi perché con i social l’ingiuria è diventata quasi la normalità. Nello stesso tempo questa fragilità diventa la molla per poter creare e per poter entrare in sintonia con il pubblico: quando percepisci l’apprezzamento di quanto proponi, la gratificazione è massima e ti compensa di tutto.

Ha citato i Social: come li vive?
Sono presente per necessità, ma non li amo, pur cogliendone anche l‘utilità “commerciale”. In questo momento, ad esempio, ho in uscita un libro di racconti e uno spettacolo teatrale (“Se non ci pensa Dio, ci penso io”) ed è chiaro che attraverso il web posso veicolare molte informazioni.

E le critiche?
Prima molto male, ora tendenzialmente mi lasciano indifferente. Diciamo che le accetto e le valuto solo se le ritengo costruttive ed espresse da persone di cui stimo il giudizio.

Cosa la mette in crisi nella vita?
La burocrazia in tutte le sue forme.

Un rimpianto?
Non essere diventato calciatore.

Lei non è credente: a cosa si affida nei momenti di difficoltà?
Non mi affido: ragiono e cerco di trovare una soluzione razionale e personale.

Qual è il suo peggior difetto
La gelosia.

Cosa non riesce ad accettare negli altri?
La mancanza di sensibilità verso la complessità della vita: m’infastidisce chi non si mette in discussione e non riesce ad accettare che il mondo sia diverso da come lui lo vede.

Il luogo del cuore: Fidenza (dove è cresciuto) o Faenza (dove vive)?
Casa di mia nonna a Fidenza.

Il rapporto con il tempo che passa: accettazione, rassegnazione o conflitto?
Accettazione con rammarico.

Ha mai avuto un periodo in cui si è sentito perso? Come l’ha superato?
Quando ho smesso con la Domenica Sportiva ho vissuto un anno difficile: ero disorientato e m’interrogavo sul mio modo di fare comicità in relazione ai tempi; anche perché il panorama televisivo stava cambiando e molte produzioni stavano cominciando a risentire della crisi. Per fortuna poi sono arrivate nuove proposte.

Ha creato anche tanti personaggi: ce n’è uno a cui è più legato?
Ermes Rubagotti quando facevo “Mai dire Gol” perché è stato il primo e s’ispirava a un portiere che giocava con me a Castiglione delle Stiviere. Quindi gli sono affezionato perché rappresenta quasi un alter ego o un compagno di vita.

Qualcuno a cui si sente di dire grazie?
Le persone sarebbero tante ma, dal punto di vista artistico, fondamentale è stato Teo Teocoli. un compagno di lavoro eccezionale, prodigo di ottimi consigli, che mi ha voluto bene e ha sposato il mio genere di comicità. Anche Fatma Ruffini, che da subito ha creduto in me.

Lei con la sua arte scandaglia la vita, ma come la definirebbe?
Lo stupore continuo di scoprirsi vivi ogni giorno.

Crescendo si diventa più saggi o più disillusi?
Disillusi, anche perché forse la saggezza è un po’ anche figlia della disillusione.

Laura Corigliano