Domenico Iannacone – Le inchieste morali su RAI3

 Domenico Iannacone – Le inchieste morali su RAI3

Isuoi racconti, fatti di umanità, sguardi senza filtri e silenzi che parlano si aggrappano all’anima del telespettatore e non la lasciano più. I protagonisti, de ‘I Dieci Comandamenti’ e di ‘Che ci faccio qui’, targati Rai 3, te li porti con te nel viaggio della vita. Ed è proprio questa la forza invincibile delle sue inchieste morali. Raccontare storie di chi potrebbe essere definito ultimo o invisibile agli occhi di una società sempre più frenetica ed egoista ma, che trova il coraggio di rialzarsi. Perché in termini di dignità e valore sociale non hanno nulla da invidiare a chi si sente ‘primo’.

Come nasce la passione per il tuo modo di fare giornalismo?

“Ho percorso vari livelli di giornalismo fino a giungere, attraverso vari dimensioni del racconto televisivo, ad un nuovo modello di narrazione, alle mie inchieste morali. Una dimensione di giornalismo che scava in profondità, che non è giudicante, non ha bisogno di trovare colpevoli o innocenti, né tantomeno di denunciare. Sin dai tempi in cui ho iniziato, in giornali e tv della mia provincia fino all’ingresso nella tv di Stato, ho provato a differenziare il mio racconto ma, quando sei confinato in un determinato format ci sono regole ben precise da rispettare. L’idea di creare un nuovo spazio che avesse dei canoni espressivi propri mi ha permesso di trovare la mia dimensione. Cambio continuamente dal punto di vista della narrazione, mi sento libero di raccontare qualunque cosa. E’ una libertà assoluta, non ho una stringente attualità da raccontare”.

Il messaggio racchiuso nei tuoi programmi?

“Il messaggio è sempre lo stesso, cambiano solo le prospettive. Racconto delle storie per creare dei reagenti. Alla fine di ogni puntata voglio permettere al telespettatore di pensare, di farsi una propria idea delle cose, di non essere manipolato in termini di giudizio e di non aggregarsi alla massa. Voglio che la visione delle cose sia libera, proprio come il mio modo di raccontare e far raccontare”.

Quanto è cambiato negli anni il tuo modo di raccontare

“Credo sia cambiato lo sguardo verso il mondo. Con I Dieci Comandamenti eravamo diversi da come siamo ora e questo ci permette di fare un confronto con le storie e di dare spazio anche alla continuazione delle stesse. La tv cannibalizza le cose, le divora per poi buttarle via, il privilegio per me è proprio quello di avere la capacità di continuare a raccontarle, di poterne sentire sempre il calore. Tra me e l’intervistato non deve esserci alcuna distanza, nemmeno fisica, proprio per coglierne l’essenza”.
Nel nuovo ciclo di ‘E che ci faccio qui’, infatti, Iannacone ripropone le battaglie di Max Ulivieri, project manager sulla disabilita’ e fondatore del Comitato Lovegiver per l’assistenza sessuale in Italia. Max è affetto da una particolare malattia neuropatica, CMT1A, che colpisce i nervi periferici e i muscoli. Oggi è padre di Sophie e marito di una splendida donna che ha saputo trovare la perfezione dell’amore nel suo corpo. La disabilita’, quindi, non è un ostacolo alla vita.

Domenico Iannacone - Le inchieste morali su RAI3

Tra le tante storie, ricordo quella di Mario Amodio

“Mario si era ammalato di tumore lavorando all’Ilva di Taranto e piano piano aveva perso anche la sua voce e le sue forze . Nella sua vita era stato campione di arti marziali e con lo spirito del campione aveva combattuto la sua battaglia contro la malattia. Felicetta, sua moglie, è stata al suo fianco fino alla fine parlando per lui, diventando la sua voce. Di lui ho il ricordo di una dolcezza infinita e del suo forte attaccamento alla vita malgrado avesse avuto quelle manifestazioni avverse. In quella storia il lavoro da diritto è diventato condanna. Ogni tanto risento Felicetta ed è come rituffarmi dentro quella voce, la voce metallica di Mario che porterò sempre con me. Taranto è un’altra piaga aperta. Mario è il simbolo di quell’ingiustizia come le altre morti sul lavoro.”

Il tuo legame con l’Irpinia?

“L’Irpinia si associa molto alla mia terra, il Molise, quasi la stessa natura morfologica, umana e sociale. I piccoli paesi, lo spaesamento, l’abbandono della terra stessa sono elementi che mi riportano alle mie origini. Non a caso quel viaggio con Franco Arminio era intitolato “Da casa tua a casa mia”. I territori come l’Irpinia vivono, purtroppo, una forte dimensione di blocco di sviluppo perché sono ostaggio di una classe politica che poco si interessa della gente e dei territori. Vendono sempre la solita manfrina di chi dice e non fa nulla. Attraversando l’Irpinia ho pensato questa cosa”.

L’emergenza Covid ha destabilizzato la nostra società?

“Il Covid ha rappresentato un blocco. Il mondo si è bloccato, per un attimo abbiamo avuto paura. Dopo il periodo del vogliamoci tutti bene ha preso il sopravvento l’egoismo, lo stress ed anche la cattiveria. Credo che oggi il Covid debba rappresentare uno spartiacque preciso tra quello che eravamo, quello che siamo e che potremmo essere perché ci ha permesso di focalizzare l’attenzione sui veri problemi. In tutto questo tempo siamo stati miopi, ora l’emergenza ci ha dato la possibilità di indossare degli occhiali per vedere. Dal punto di vista sanitario ed economico è stato una tragedia. Non possiamo negarlo, i poveri saranno ancora più poveri. Spero solo che ogni scelta del Governo, legata al rilancio dall’economia, non pesi sulle future generazioni e sui nostri figli”.

di Antonella Marano

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