Valerio Rossi Albertini

 Valerio Rossi Albertini

Il cambiamento climatico, cause e rimedi

Una delle maggiori sfide che la nostra generazione si trova a dover affrontare è quella del cambiamento climatico, che sta impattando violentemente sulle prospettive di vita del nostro pianeta e, di conseguenza, del nostro futuro. Il processo degenerativo è ormai avviato e il grande quesito non è più “se” raggiungeremo il punto di non ritorno ma “quando”, a meno che non si cominci ad agire in modo davvero concreto e immediato per invertire la rotta. Per capire meglio le cause del problema e quali possano essere le possibili soluzioni ho intervistato il Prof. Valerio Rossi Albertini, primo ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), accademico, divulgatore scientifico e riferimento internazionale per quanto riguarda lo studio dei nuovi materiali e dei dispositivi per la conversione e l’accumulo dell’energia. Conosciuto dal grande pubblico per i suoi numerosi interventi televisivi, ha la capacità di saper “tradurre” in termini semplici, e facilmente comprensibili, concetti tecnici e scientifici estremamente complicati.

Professore, quali sono le cause del cambiamento climatico?

Le alterazioni del clima sono conseguenza dell’immissione nell’atmosfera di alcune tipologie di gas, detti climalteranti, che creano un’eccedenza di ’“effetto serra”. Per spiegare come funziona questo meccanismo, faccio sempre l’esempio di due auto, una berlina e una cabriolet, parcheggiate una accanto all’altra, sotto il sole, in una giornata fredda. I raggi solari riscaldano l’abitacolo di entrambe le vetture ma, nel caso della cabriolet, il calore prodotto dalla conversione dei raggi solari assorbiti dalla tappezzeria viene disperso all’esterno e quindi non verrà avvertito da chi entrerà in macchina mentre, per quanto riguarda la berlina, il calore prodotto, a causa della capote chiusa, rimane imprigionato all’interno dell’abitacolo. A livello planetario il sole irradia la terra e il calore sprigionato, in condizioni normali (come nel caso della cabriolet), viene disperso nello spazio senza che il pianeta si surriscaldi. Quando invece vengono immesse nell’ambiente quantità eccessive di gas serra (comunemente prodotte dalle attività umane), queste rimangono nell’atmosfera e hanno la stessa funzione della capote di una berlina: creano cioè una sorta di “copertura” che non permette al calore di disperdersi dando origine a un “eccesso” di effetto serra, che è all’origine del cambiamento climatico.

Quindi l’effetto serra in sé non è negativo?

No, anzi, la produzione di gas serra è naturale e benefica poiché crea un manto che trattiene al suolo il calore, permettendo la vita. Senza di esso la Terra sarebbe rovente di giorno e gelida di notte. L’anidride carbonica (CO2), che è il maggior gas climalterante per quantità di emissioni, è prodotta normalmente da tutti gli organismi viventi durante la respirazione, da ogni tipo di combustione (anche quella di una candela) e dalla decomposizione di qualsiasi sostanza organica.

Fra le cause dell’aumento dell’effetto serra, oltre chiaramente alle produzioni industriali, ai trasporti, alla produzione di energia da fonti non rinnovabili e all’edilizia, è indicato anche l’allevamento.

Una scelta vegetariana, oltre che etica, può essere anche “opportunistica” nel senso di tutela del nostro futuro?

Diciamo che il discorso vale soprattutto per gli allevamenti intensivi (che in Italia non sono permessi): in questo caso, non solo la produzione di mangimi artificiali e molte fasi di produzione generano anidride carbonica, ma le deiezioni stesse degli animali contengono metano che, per quanto riguarda l’effetto serra, è, in proporzione, più potente della CO2. Lo stesso vale per l’agricoltura intensiva che, in generale, ricorre a concimi sintetici. Le stime sottolineano come, a livello planetario, queste attività generino un terzo della produzione totale di gas serra. Entrambi poi contribuiscono alla deforestazione, poiché insistono su territori sottratti alle foreste (basti vedere a quello che continua ad accadere in Amazzonia e nel Sud-Est Asiatico).

Passiamo invece alle energie rinnovabili? Quali sono disponibili al momento?

Una fonte rinnovabile è, per definizione, una sorgente di energia che utilizza le forze disponibili in natura che, per loro caratteristica intrinseca, sono tendenzialmente inesauribili. Fondamentalmente le fonti rinnovabili sono due: una terrestre e una extraterrestre. Nel primo caso si tratta dell’energia geotermica, che sfrutta il calore proveniente dal centro della terra (la cui temperatura, a causa del decadimento di sostanze radioattive, raggiunge anche i 1200 °C): invece di bruciare petrolio, carbone o altri materiali inquinanti per produrre calore da trasformare in energia, possiamo utilizzare direttamente quello del magma terrestre. Fra parentesi il geotermico è stato inventato in Toscana (a Larderello), nel 1904, dal principe Piero Ginori Conti. Questo tipo di tecnologia ha il grosso vantaggio di essere a costo zero (escludendo ovviamente le spese di realizzazione degli impianti) perché la materia prima è sempre disponibile, non comporta spese di estrazione e di traporto, non provoca sconvolgimenti ambientali e non produce alcun tipo di gas serra. L’altra fonte, che abbiamo definito extraterrestre, è quella che sfrutta l’irraggiamento del sole. Abbiamo infatti il fotovoltaico che, grazie ai pannelli solari, consente di convertire direttamente l’energia contenuta nella luce del sole in energia elettrica. Questa tecnica, ormai classica, comporta però alcuni problemi collegati allo smaltimento dei collettori che rientrano tra i rifiuti tossici, difficilmente riciclabili e con un altissimo costo di smaltimento. Nel mio laboratorio ci occupiamo proprio di questo, ossia dello studio di nuovi materiali che abbiano analoghe capacità di conversione del silicio (utilizzato per la creazione dei pannelli tradizionali) ma senza, o con minori, effetti collaterali. Molto importanti sono inoltre l’idroelettrico e l’eolico che sfruttano l’energia derivante dal movimento di masse fluide o gassose e la convertono in energia elettrica. Le altre fonti rinnovabili sono fondamentalmente delle derivazioni originali di forme tradizionali, come lo sfruttamento della forza delle maree in Nord Europa, esempio che, fra parentesi, potremmo seguire anche noi in Italia, sfruttando il potente movimento delle correnti subacquee nello stretto di Messina oppure la forza delle onde che s’infrangono sulle coste.

La fissione nucleare, in cui erano state riposte tante speranze, oggi come si colloca?

Per anni è sembrata essere la soluzione a tutti i nostri problemi: 1 chilogrammo di uranio produce infatti tanta energia quanto 1 milione di tonnellate di carbone. Gli aspetti negativi però sono parecchi: i materiali fissili (uranio, plutonio, etc.) hanno un costo notevole, non sono rinnovabili e spesso sono nella disponibilità di Paesi politicamente instabili; inoltre il processo di lavorazione è pericoloso (basti pensare agli effetti devastanti degli incidenti di Chernobyl e Fukushima) e produce, in ogni caso, scorie radioattive di difficile gestione. In più la costruzione e lo smantellamento di una centrale nucleare hanno costi inimmaginabili.

Attualmente sembra che molte aspettative riguardino invece la fusione nucleare, che però non è ancora utilizzabile.

Infatti, s’ipotizza che il primo reattore a fusione nucleare possa essere operativo nel 2040. Il processo è il contrario di quello della fissione, di cui abbiamo parlato prima: invece di scindere dei nuclei pesanti (come quello dell’uranio), si ottiene energia mediante la fusione di nuclei leggeri, e quello più leggero in assoluto è quello dell’idrogeno, contenuto nell’acqua, di cui possediamo riserve pressoché infinite grazie al mare. La fusione, a differenza della fissione, produce scorie la cui radioattività è di brevissimo termine e senza ripercussioni, inoltre, in caso di malfunzionamento, l’unico danno sarebbe lo spegnimento del processo. Appare quindi chiaro che, una volta superate tutte le barriere tecnologiche ed economiche (al momento i costi di realizzazione delle centrali sono esorbitanti) e portato a regime tutto il processo, avremmo in mano “LA” soluzione a tutti i nostri problemi perché potremmo attingere a una fonte inesauribile di energia pulita, rinnovabile e affidabile. Quando sarà disponibile il primo reattore a fusione termonucleare, avremo la conferma della fattibilità di tutti i nostri studi e progetti e potremmo davvero cominciare a ragionare in altri termini e a vedere il futuro con occhi diversi.

Laura Corigliano