“Una donna fragile”, il viaggio interiore di Maria Laura Amendola
Una raccolta di poesie che quasi ricorda, man mano che si procede con la lettura, un romanzo, dove la protagonista affronta amori, delusioni, rinascite. Una donna fragile (Guida editori), la prima fatica letteraria di Maria Laura Amendola, giovane autrice originaria di Sant’Andrea di Conza, è un vero e proprio viaggio interiore che si esprime nei versi, e che trova maggiore compimento proprio se percorso attraverso il corpus delle liriche nella sua interezza. Decisamente in controtendenza rispetto alla fruizione contemporanea, soprattutto fomentata dai social network, che sostituisce “la” poesia con “le” poesie, e le preferisce come pezzi smembrati, indipendenti, perfetti da citare a corredo di scatti estemporanei.
Quella di Amendola è, inoltre, una poesia che potremmo definire sinestesica. Si guarda, per ovvie cause di lettura. Ma, non appena vengono elaborati, i versi scatenano ogni reazione sensoriale possibile: si avvertono suoni e melodie, si gustano sapori, si avvertono stimoli tattili. Man manco che gli occhi scorrono sulla pagina colori e atmosfere si rivelano e, in un continuo paradosso, invece di apprendere, ricordiamo. Nomi, date, aneddoti. Qualcosa è sempre stranamente familiare. Come se a vivere determinati istanti fossimo proprio noi e stessimo solo mettendo in moto la memoria. Non immedesimazione, come con un personaggio di un romanzo o un film. Ma coincidenza d’animi, attraverso un percorso che scandaglia le fragilità fino a trarne forza.

L’errore comune, infatti, è quello di considerare la parola “fragile” quale sinonimo di “debole”. Ma, prestando maggiore attenzione, è facilmente intuibile che i due termini non siano affatto sovrapponibili. La debolezza è fisica, tangibile, immediatamente percepibile. Un corpo è debole per gli stenti della fame o il caldo intenso, e si muove affannato e privo di energie. Un discorso debole è poco convincente, si espone subito a critiche. La fragilità è invisibile, interiore, ingannevolmente bellissima. Un vaso di cristallo rilucente non può essere certo considerato debole. Ma se non dovesse essere maneggiato a dovere, cadendo, si ridurrebbe in mille pezzi. E la stessa cosa avviene agli animi fragili. Non basta una ricarica di sali minerali, serve un percorso. Che scavi a fondo.
Ed è questo che fanno le liriche di Maria Laura Amendola, insieme alle finali “scritture” – stralci di brani in prosa dal sapore di poesia: ci prendono per mano. In un cammino che scopre, attraversa, accetta e supera (no, non “vince”. Non è una battaglia. Non si può e non si deve “perdere”) la fragilità. Perché, proprio come scrive lei in uno dei suoi componimenti più belli, “nessuno si salva da solo/ma nessuno senza se stesso”.