Stefano Jurgens

 Stefano Jurgens

L’autore capace di far sorridere sulle note del cuore

M’incontro con Stefano Jurgens a Roma e il caffè diventa un pranzo che vorrei potesse protrarsi all’infinito. Lui è infatti un notissimo autore televisivo (fra gli altri “Il pranzo è servito”, “Tira & Molla”, “Sì o no”, “Avanti un altro”, “Ciao Darwin”) e di canzoni (ha scritto per Morandi, Modugno, Patty Pravo, Nino Manfredi e Celentano, solo per citarne alcuni), ed è pure una persona estremamente disponibile, sensibile e spirituale. Forse anche grazie a una vita molto particolare, fatta di luce e ombre, di grandi successi e di momenti bui che lui non esita a raccontare, con grande sincerità. Una vita che, in ogni caso, sembra sempre essere stata guidata da una mano amica che lo ha costantemente condotto e sorretto.

Come ha cominciato a scrivere per Morandi?
Mentre stavo lavorando come assistente di Ennio Guarnieri, grande direttore della fotografia, Bruno Zambrini, produttore di Morandi, decise di mettermi alla prova. Accettai e ne nacque “Sei forte papà”, che all’inizio Gianni non voleva interpretare, non ritenendolo adatto al suo profilo artistico e che invece divenne un successo clamoroso con 8 milioni di dischi venduti. Questo risultato mi fece conoscere e mi aprì anche le porte della televisione, per l’esattezza della Rai, dove mi chiamò l’allora direttore di Rai1, Giovanni Salvi, per lavorare come autore a “Domenica In” con Corrado Mantoni.

Parliamo di Corrado, con cui lei ha avuto una lunghissima collaborazione umana e professionale.
Per me è stato un grande amico e anche un mentore. Quando abbiamo cominciato a collaborare io avevo 22 anni e ho passato i successivi 20 al suo fianco, nel lavoro e nella quotidianità. Andavo da lui in Toscana e lui veniva a casa nostra: per i miei figli era uno zio (ndr il figlio Simone è l’interprete della famosa canzone “Carletto” di Corrado). Lui era già famosissimo ma era rimasto gentile e umile (arrossiva persino quando veniva riconosciuto per strada). Mi ricordo che una volta ci fermammo a prendere un caffè a una macchinetta automatica che s’inceppò e continuò a erogare il suo contenuto. Corrado, invece di allontanarsi, si fermò e cominciò a riempire i bicchierini porgendoli a tutti quelli che passavano e creando così una fila immensa di persone che volevano il caffè “offerto da Corrado”.

Ha accennato al suo amore per la musica: ci parli della sua prima band.
Avevamo un gruppo con cui suonavamo nel garage e utilizzavamo i fustoni rovesciati del Dixan per fare la batteria. Poi mio padre (ndr Maurizio Jurgens, anche lui famosissimo autore televisivo e radiofonico degli anni ’60-’70) mi comprò un rullante di batteria e successivamente mi regalò una chitarra a freccia bianca.
Da quel momento cominciammo a esibirci nelle piazze e nei ristoranti, dove venivamo pagati a crocchette e supplì.

Suo padre è scomparso quando lei era molto giovane. Come ha influito questo lutto sul suo percorso?
Io ero, come diceva lui “il capo-stupido” di altri due fratelli e con la sua morte, vivemmo un momento di grossa difficoltà economica che mi costrinse a dover trovare subito un lavoro. Chiaramente, per me fu naturale cercarlo nell’ambiente in cui ero cresciuto, ossia quello dello spettacolo.

Cosa ritrova in se stesso di suo padre Maurizio?
L’umorismo (anche se quando facevo delle battute lui mi prendeva a calci nel sedere), l’onestà, il senso dell’onore.

Ha lavorato (fra gli altri) con Frizzi, Amadeus, Scotti e Bonolis, personaggi di talento e con un grande cuore.
Come si suol dire “chi si somiglia si piglia”. Con loro c’è stato uno scambio sia professionale sia umano molto intenso, che mi ha permesso di esprimere la mia vena artistica, in totale serenità.

Vede fra i giovani un loro erede?
Per ora no: ce ne sono alcuni molto validi, con specificità anche importanti, ma solo settoriali e non a tutto tondo.

Nella sua carriera ha ottenuto grandi riconoscimenti.
Ho 5 Telegatti, un disco d’oro per “Carletto” e tutta una serie di altri premi (alcuni firmati da Corrado) che segnano le tappe del mio percorso professionale.

Com’è la sua televisione ideale?
Ricca di contenuti, non improvvisata, con una struttura precisa, fatta da personaggi preparati e non da opinionisti tuttologi.

Quali sono i limiti da non superare?
Il rispetto dei sentimenti e delle fragilità umane.

Il mondo televisivo è più magico o più spietato?
Entrambe le cose. In televisione vige la dura legge dell’audience, che è comprensibile dal punto di vista aziendale, ma spietata per chi ci lavora.

C’è ancora la possibilità d’inventare qualcosa di nuovo televisivamente parlando?
La TV ha 60 anni e quindi qualunque programma prodotto adesso è il figlio di qualcosa che è già stato fatto prima, magari inconsapevolmente. Ma il linguaggio che usi, come lo scrivi, come lo racconti può fare la differenza.

Ha scritto tre libri che sembrano rappresentare un percorso.
Sì, nel primo, il più autobiografico, parlo degli inizi della mia carriera; negli altri m’immergo nei sentimenti fino a raccontare l’incontro con Gesù e l’esperienza del coma, eventi che mi hanno regalato una visione più ampia delle cose. Ora lascio che tutto scorra con uno spirito di accoglienza diverso, perché so che non siamo mai soli.

Mi parli di Gesù.
Avevo 13 anni e, mentre disegnavo, mi si rovesciò della china sul foglio formando il volto di Gesù. Nel 1992, invece mi trovavo in spiaggia a San Felice Circeo: ero solo e disperato perché avevo una famiglia da mantenere e non lavoravo da due anni. Fra le lacrime scrissi il Suo nome sulla sabbia…e Lui arrivò, nelle sembianze del Cristo Misericordioso. Venni avvolto da una pace infinita e un’ondata di calore mi attraversò il corpo. Subito dopo ricominciai a lavorare.

Ha vissuto anche un’esperienza di premorte.
Dopo un sogno in cui la Madonna mi chiedeva di consegnarle il mio cuore per custodirlo in una cassetta di zinco, improvvisamente, il 12 Aprile 2011, entrai in coma a causa di un virus. I medici mi avevano dato per spacciato ma io, sebbene incosciente, vedevo accanto al mio letto due figure che non mi abbandonavano mai, quasi a vigilare su di me, finché un giorno fecero un segno con le mani come a dire “ok” e io riaprii gli occhi alla vita.

Che significato ha per lei il dolore?
Il dolore ci aiuta a capire la nostra fragilità, ci insegna l’umiltà e ci permette di comprendere la sofferenza altrui.
Ci sono dei momenti in cui riusciamo a entrare in contatto col cielo? Quando riusciamo a distaccarci dalla materia veniamo trasportati in un mondo (di cui la fisica quantistica sta provando l’esistenza) in cui ritroviamo affetti perduti o riceviamo informazioni che ci guidano nella vita di tutti i giorni.

Il senso del libero arbitrio per lei?
Si esplica nella scelta mentale fra il bene e il male nella nostra quotidianità.

Quello delle coincidenze?
Per me gli incontri sono stabiliti dall’Alto e portano sempre un insegnamento, che magari non elaboriamo coscientemente, ma che la nostra anima coglie.

Questa spiritualità si traduce poi in serenità nella vita?
No, un’ansia terribile (ndr ride) ma questo è il mio carattere. Io “credo in Dio” e a quello che ho vissuto, ma poi la vita è difficile e noi siamo fragili.

La sensibilità rende più fragili?
Ti rende più permeabile e quindi più emotivo e vulnerabile, però dopo il coma, ho raggiunto una maggiore pace interiore.

Il suo rapporto con il denaro?
E’ uno strumento. Sono stato benestante (mai ricco) e poi con la malattia ho perso tutto, tanto da arrivare a dover vendere alcuni oggetti di famiglia per potermi mantenere, ma va bene così, perché ho incontrato persone davvero ricche ma molto infelici.

Come si descriverebbe?
Un creativo per lavoro e un ricercatore spirituale per amore, un distratto nella vita di tutti i giorni, poco tecnologico, ma in grado di “sentire” le persone.

Ogni tanto vedo una vena di tristezza nei suoi occhi.
Quello è il senso di solitudine che mi porto dentro, qualcosa che “odio e amo” allo stesso tempo.

E il successo?
Mantenermi facendo quello che amo e regalando sorrisi alla gente che mi ricambia con l’affetto.

L’aspettiamo in Irpinia per la presentazione del libro che sta scrivendo.
Verrò sicuramente.

Laura Corigliano