Stefania Marotti – Giornalista Culturale

 Stefania Marotti – Giornalista Culturale

Stefania Marotti con Il Mattino

“Con la passione per la scrittura racconto tutte le altre”

Penna storica della redazione irpina del quotidiano Il Mattino, Stefania Marotti è una presenza fissa per i lettori attenti della nostra provincia. La ritroviamo spesso nelle pagine culturali, suo habitat naturale, intenta a recensire libri o chiacchierare con celebrità di ogni ordine e grado. E ci fa compagnia la domenica con una rubrica speciale, Irpini. Lei – abituata ad intervistare i grandi nomi del panorama culturale nazionale – racconta “semplici” cittadini e cittadine della nostra terra che sono titolari di attività storiche, promotori di associazioni, artisti. Personaggi locali che negli anni si sono fatti conoscere e ri-conoscere anche fuori confine: «Il racconto giornalistico è sempre una testimonianza. Quello che faccio con “Irpini”, chissà, può essere utile agli altri, aiutare a far trovare delle motivazioni o coltivare la propria attitudine – spiega la giornalista a proposito di questo suo impegno – Non è detto che di ogni talento bisogna fare una professione, si può avere un hobby per sé e poi decidere con la maturità di mettersi alla prova con il gusto del pubblico».  
Marotti, invece, ha iniziato giovanissima il confronto con i lettori, perché in lei la passione per il giornalismo è nata molto presto.

Ci racconta come ha iniziato?

« La scrittura giornalistica è stata sempre con me ed è un amore che ho portato avanti. In casa circolavano molto i giornali, sia quotidiani che riviste. Quando uscivo da scuola, già solo alle elementari, mi fermavo in edicola a comprare Il Mattino. Da adolescente iniziai a collaborare con La Tribuna dell’Irpinia, allora diretta dal dottor Giampaolo Palumbo. Casualmente, mentre gli portavo un articolo all’ospedale dove lavorava, incontrai Alfredo Golia, dottore anche lui, che conduceva una trasmissione a Telenostra durante il periodo natalizio – “Il Tombolone” –  e mi propose di fare la valletta. Finita quell’esperienza, il direttore del canale Pasquale Grasso mi inserì in redazione e iniziai a fare i servizi per il telegiornale.

Com’è tornata, quindi, al giornalismo scritto?

Dopo aver vinto un concorso in Rai, partecipai alla trasmissione Italia Sera, condotta da Piero Badaloni e Tiziana Ferrario. Avevo appena 20 anni. Lì i responsabili di un mensile di Napoli – Itinerario – mi notarono e mi contattarono per collaborare, così ricominciai a scrivere, il tutto mentre completavo gli studi in Giurisprudenza. La rivista chiuse nel ’92 ma io, che intanto avevo terminato un corso di specializzazione dell’Università di Camerino in giornalismo, uffici stampa e pubbliche relazioni, trovai lavoro a Milano. Mi occupavo della campagna pubblicitaria che promuoveva l’immagine delle Ferrovie dello Stato all’estero.

Perché è approdata al giornalismo prettamente culturale?

Sicuramente per predisposizione personale, e da questa partivano gli incarichi che mi affidavano nelle redazioni. Ho sempre avuto la passione per il cinema, la musica classica, la pittura, soprattutto per l’educazione familiare che ho ricevuto. Con i miei genitori andavo a concerti, proiezioni, mostre. Ho maturato un’attenzione verso il mondo culturale che, quando iniziavo a muovere i primi passi nella professione, negli anni ’80, era molto vivace ad Avellino. C’erano tante personalità e ferventi realtà e, frequentandole, è stato naturale trattarne i temi.

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Perché nel tempo Avellino si è pian piano “spenta”, secondo lei, culturalmente parlando?

All’epoca tutta la gioventù era impegnata attivamente. Nel volontariato cattolico, nella politica oppure nella cultura. Quindi oltre ai grandi personaggi, c’era un gruppo molto ampio di ragazzi e ragazze che si muoveva intorno a loro, e si occupava di mantenere vive le cose. In particolare, va detto, il merito va ai movimenti giovanili dei partiti. Dai comunisti alla DC, c’era un fermento che si rifletteva sulle attività culturali. Poi molti della mia generazione sono andati via e non c’è stata più una continuità. Inoltre, i grandi politici di riferimento di allora non hanno voluto una classe di ricambio che mantenesse un rapporto attento con quelli che nel frattempo erano diventati i nuovi giovani della città.

Lei è anche docente di giornalismo nelle scuole. Com’è cambiato il rapporto dei giovani con l’informazione?

Molto. Non vivono più un approccio alle notizie fisico ed emotivo, ma distante e superficiale. Ricorrono solo ai social, o all’informazione online. Io non avevo nessuna tessera di partito da ragazza, ma partecipavo ai convegni della politica. Le battaglie per l’emancipazione femminile, ad esempio, che portavano avanti soprattutto le donne comuniste, mi interessavano tanto. Molti ragazzi oggi non si lasciano coinvolgere, non si avvicinano alle iniziative. Alcuni cercano di fare aggregazione, ma non riescono a portare avanti dei percorsi sul lungo periodo. Sono le famiglie a non educare più in questo senso, preferiscono trasmettere un’idea di successo immediato e facile, ottenibile con pochi sacrifici, frutto di quel voyerismo che decreta la popolarità di trasmissioni completamente vuote di contenuti, come “L’isola dei famosi”. Oggi viene passato il messaggio che per riuscire basti apparire, mettendo completamente da parte la propria costruzione culturale che è anche costruzione identitaria.

Cosa consiglia a chi voglia diventare giornalista oggi?

Di fare la gavetta, come si faceva una volta, iniziando a mettere in discussione se stessi. A differenza della scrittura letteraria, chi fa comunicazione rende un servizio agli altri. Questo è l’aspetto più affascinante, per il quale ho scelto di fare la giornalista e non la scrittrice: ci si misura con la realtà e si contribuisce, seppure in piccolo, ad un processo di formazione dell’opinione pubblica. Consiglio di vivere il mondo in maniera intensa e diretta, di leggere molto perché così si impara anche a scrivere e di sviluppare un’autonomia di pensiero. Inoltre, il mestiere si ruba un po’, guardando chi è più bravo e ha più esperienza.

Ha intervistato moltissime personalità di grande fama.  Qual è quella che ricorda con più affetto?

Sicuramente Ettore Scola. La redazione di “Itinerario” mi chiese di intervistarlo appena arrivata, nell’86. Telefonai pensando di parlare con un addetto stampa e invece mi rispose lui in persona. Fu gentilissimo, impressione che mi è stata confermata quando lo conobbi dal vivo, perché presentai la sua mostra di bozzetti ad Avellino.
Ricordo con molto affetto anche il primo incontro con Lina Wertmüller. Poiché io ho uno stile molto colorato, appena ci presentarono lei mi squadrò da capo a piedi, mi sorrise e poi disse “Lei deve essere un po’ pazza”, ovviamente come complimento. Ci sintonizzammo subito.

Come vede il futuro del giornalismo?

Molto cupo, c’è tanta approssimazione. Non c’è più umiltà, non si vuole essere indirizzati oppure rimproverati perché qualcosa non piace. Inoltre il digitale ha una velocità che non consente la cura della scrittura né l’approfondimento della notizia, e questo è un male sia per la categoria che per l’opinione pubblica. Mancano dei modelli di riferimento, maestri come Sergio Zavoli, Enzo Biagi, Camilla Cederna, Natalia Aspesi. Grandi menti a servizio dell’informazione. Dove sono oggi? Infine, quante persone oggi leggono davvero un quotidiano tutti i giorni? Non c’è più questa cultura.

Per chi è abituata ad intervistare gli altri, cosa si prova a stare dall’altra parte?

Il grande piacere di raccontarsi. È in assoluto la prima volta per me.

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