Paola Nazzaro, l’arte di vestire l’essenza

 Paola Nazzaro, l’arte di vestire l’essenza

“Le tre più antiche forme d’arte furono l’architettura, la cucina e l’abbigliamento”: quest’affermazione di Samuel Taylor Coleridge è perfetta per Paola Nazzaro, che ha trasformato la propria passione per la moda in un lavoro artistico. Apprezzatissima costumista e scenografa per la televisione (“La Tv delle ragazze”, “Le ragazze di piazza di Spagna”, “Un posto al sole”, “L’aquilone” e molti altri), il cinema (recentemente: “Rapiscimi” di Gianluca Gargano, “Picciridda” di Catena Fiorello, “My Dolly” di Fabio Schifino, “Sulle ali della Vespa” di Renato Raimo, “Lockdownlove.it” di Anna Marcello) e il teatro, è anche attrice, art director, pittrice, biker, scrittrice e fashion designer. Il grande talento di Paola è di creare un’alchimia per cui l’abito diventa espressione della personalità, ma anche dell’essenza del personaggio, in un equilibrio estetico che è fatto di armonia, profondità, ricerca psicologica e spiritualità. Donna bellissima, interessante, carismatica, capace di conciliare sensibilità e determinazione, porta nel suo lavoro tutte le anime che convivono in lei come un caleidoscopio di colori, ognuno con la propria luce e con la propria frequenza.

Ha conseguito il diploma di “Maestra d’Arte Applicata” e la laurea in Sociologia della Moda e del Costume: quanto è importante la preparazione “tecnica” rispetto al talento?

L’acquisizione degli strumenti della tecnica è indispensabile per esercitare una professione ma, parallelamente, bisogna coltivare la propria personalità attraverso la cultura, studiare, essere curiosi, approfondire; se non ci sono le basi di conoscenza non ci si può improvvisare. Il talento passa attraverso l’esperienza, che implica necessariamente conoscenza tecnica di questo settore.

Lei è nata in Irpinia, ad Avellino: quanto sono importanti le sue radici del Sud, come donna e come professionista?

Ho un orgoglio irpino ben radicato, che mi ha fornito la consapevolezza e la forza di sentirmi una donna del Sud con tutto il corredo creativo, emotivo, umano che comporta (tra cui la fierezza e l’orgoglio di essermi “fatta” da sola) e che trasferisco nel mio lavoro attraverso l’uso del colore e della materia come linguaggio simbolico.

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Ha lavorato come disegnatrice di moda per Fendi, Nazareno Gabrielli, Lancetti e Valentino: quanto ha ritrovato della sartorialità che ha respirato in casa da bambina?

Siamo fatti di ciò che abbiamo amato, dell’habitat in cui siamo cresciuti. Ho respirato sin da bambina il profumo inebriante delle stoffe, il rumore prodotto dalle forbici usate da mio padre al tavolo da lavoro, il ticchettio delle macchine da cucire, le prove con i clienti, il gesso dei sarti, l’imbastitura, la prova sui manichini e quindi il capo finito. E poi l’allestimento delle vetrine nei nostri negozi, che hanno rappresentato la storia più edificante del Made in Italy dagli anni ‘60 al ‘96. Buon gusto, senso del lavoro come disciplina, affidabilità e qualità sono stati i valori trasmessi dalla mia famiglia e sono stati i cardini fondanti della mia formazione. Ho iniziato a lavorare nella nostra azienda familiare giovanissima poi, con il mio bagaglio culturale, sono arrivata a Roma, dove l’Accademia segnalava alle Maison le ragazze più vivaci e talentuose e, quando ho iniziato a lavorare, ho ritrovato un mondo che già scorreva nel mio DNA.

Ha lavorato in qualità di costumista per la televisione, per il cinema e per il teatro. Quali sono le differenze principali e in quale ambito riesce a esprimersi meglio?

Non ho preclusioni, poiché ogni settore è una sfida diversa. Del teatro mi affascinano i costumi materici, le stoffe importanti e il rigore dell’ordine e della gestione dei costumi. Per la televisione amo ricercare materiali differenti, che non diano fastidio alla pellicola o alla resa digitale, per quanto riguarda il cinema, infine, m’interessa moltissimo lo studio del dettaglio, che “regga” anche una ripresa in primo piano.

Il fatto di essere anche attrice (“Concilio d’amore” di Verner Schroeder e Intervista. di Federico Fellini) e protagonista di programmi televisivi (“Lady Burlesque”) l’ha aiutata nel ruolo di costumista?

Sono una professionista curiosa e priva di steccati: aver recitato, conoscere le tavole di un palcoscenico, divenire una performer o lavorare come coreografa studiando le musiche, il costume e i movimenti scenici idonei alla sceneggiatura sono tutte esperienze che trasporto nel mio lavoro di costumista.

Ha realizzato varie collezioni di moda femminile “Road Vogue”, “Paulette Korpette” “Road Vogue Resort” e “Bambina d’Acciaio”: creare e interpretare, cosa la rispecchia di più?

L’ideazione delle collezioni dei miei marchi, disegnare, ricercare materiali e stoffe hanno tutti un comune denominatore: possiedono la filosofia di vita impressa nella loro fodera, nell’imbastitura, nell’essere pezzi unici, per clienti di personalità che amano non essere omologate. Sono tutte mie creature, parti del mio essere diversificato e frutto della necessità di esprimere il mio aspetto imprenditoriale autonomo.

In occasione della mostra “Cinema, come nasce un sogno” nel 2007 erano esposte anche alcune sue opere. Com’è il sogno che il cinema regala all’osservatore dietro le quinte?

Ho avuto il privilegio di esporre le mie opere insieme a colleghi premi Oscar e ho collaborato all’allestimento di costumi straordinari, taluni pesantissimi ed elaboratissimi: un lavoro estenuante. Penso sia interessante illustrare con documentari backstage il mestiere degli artigiani del cinema (costumisti, scenografi, art directors, truccatori, parrucchieri, effetti speciali), quanta professionalità e competenza siano necessarie per creare la magia di una scena o di un costume.

Il libro che ha pubblicato nel 2012 per Edizioni Progetto Cultura ha, secondo me, un titolo che può essere il suo ritratto in sintesi: Carezze, Korazze & Skizzi di Vita.

Un successo travolgente per lo stile “on the road” della voce narrante: biker, equilibrista dell’amore tra passioni, tornanti, sabotaggi, assenze e ripartenze. Pagine dedicate a tutte le donne/”bambine d’acciaio” capaci di rimontare in sella ad ogni caduta.

Cosa c’è di “Paola” nei costumi che realizza?

In ogni abito o costume scenico che creo, dal western all’apocalittico o storico c’è imprigionata, tra le trame e l’ordito, la mia anima fluida, resistente all’usura del tempo.

Cosa occorre per fare bene il lavoro della costume designer dal punto di vista tecnico, ma anche personale, psicologico e caratteriale?

Ho un approccio decisamente psicanalitico nel mio lavoro di costumista: per me ricostruire un costume significa aiutare l’attore a divenire il personaggio e quindi studio, scena per scena, un corredo di dettagli che possono essergli funzionali. L’approfondimento, la ricerca, la pazienza, la pragmaticità sono armi necessarie per fare questo lavoro.

Versatilità e contaminazione di stili caratterizzano il suo percorso professionale e personale, ma con un tratto in comune: la passione.

La passione è Il carburante che alimenta la mia vita ed è fatta di fiducia, imprevedibilità, speranza, ironia: tutto può accadere, ma noi dobbiamo avere il coraggio di diventare le nostre passioni.

Qual è il suo personale concetto di eleganza?

L’eleganza che a me interessa non è mai stata estetica, lusso o marchio ma libertà di esprimere la propria personalità.

In un mondo che tende a omologare, quanto è importante salvaguardare la propria unicità?

Il concetto di identità è il motore portante di ogni aspetto della mia vita e si riflette nei miei lavori. Conduco una personale battaglia contro l’omologazione del pensiero e gli automatismi comportamentali e relazionali. Ognuno è libero di fare parte della pantomima di questa vita, dove si incontrano molte maschere e pochi volti. Una mente divergente, non addomesticata, conosce il valore della propria unicità, sa di doverla portare in salvo in luoghi idonei e naviga in solitaria, contro corrente: è il prezzo che si paga per far germogliare se stessi, per “fiorire”.

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