Pandemia e scienze sociali
di Toni Ricciardi, storico delle migrazioni e delle catastrofi presso l’Università di Ginevra
La paura è uno tra i primi sentimenti che proviamo dinanzi ad una pandemia. Quando questo sentimento invade la mente, quella che da quasi 40 anni è stata definita la società del rischio rileva tutta la sua forza destabilizzante.
Il rischio, o meglio la percezione che ne abbiamo, si palesa per la prima volta con il passaggio dal mondo antico a quello moderno. Il momento spartiacque è rappresentato dal terremoto di Lisbona del 1755. Fino ad allora una catastrofe, sia essa un terremoto o una delle tante pandemie o epidemie che hanno colpito l’umanità, era intesa come una punizione divina. E parimenti, in questo frangente, il rischio era visto come azione temeraria e anche romantica da certi punti di vista.
Lo sviluppo della Stato sociale, prima in forma embrionale durante gli ultimi decenni del XIX secolo, e poi dal secondo dopoguerra, trasforma lo Stato da garante dei diritti individuali a “assicuratore” dei diritti collettivi. In altre parole, è lo Stato che si fa carico di organizzare risposte alle epidemie che colpiscono la popolazione. L’analisi di questi processi è al centro delle scienze sociali, che se in una prima fase immediata sono marginalizzate dalla scienza virologica, in seconda battuta hanno il compito di verificare l’impatto che le misure adottate hanno sulle persone.
Il processo evolutivo o, se vogliamo, lo sviluppo incontrollabile delle tecnologie, unito al crescente sfruttamento irrefrenabile della natura, sommati alla non conoscenza e alla mancata visione a lungo termine del decisore politico, hanno determinato il passaggio da una società della sicurezza – con lo Stato nazione detentore del potere coercitivo – ad una società del rischio. Tuttavia, nonostante esistano differenze anche macroscopiche tra varie parti del mondo, il processo di mondializzazione prima, e la globalizzazione poi, hanno progressivamente abbattuto le barriere, consegnandoci ad un comune destino. Se fino a qualche secolo fa, gli accadimenti in un’altra parte del mondo potevano lasciarci indifferenti, le pandemie come il Covid-19, o quelle che l’hanno preceduta, ci consegnano uno stato di insicurezza globale, in altre parole, ci accumunano tutte e tutti in un destino comune.

Per questa ragione, i rischi epidemiologici, più di altri, rappresentano a pieno la società del rischio. Questa viene definita tale, all’indomani del disastro di Cernobyl del 1986, tuttavia, molte delle modalità, ivi compresi i termini con i quali abbiamo imparato a convivere durante il Covid-19, hanno radici antiche. La quarantena, ad esempio, fu inventata dai veneziani ai tempi della Serenissima ed era lo strumento per arginare le possibili diffusioni di epidemie, che arrivavano dall’Oriente grazie agli interscambi commerciali tra il 1200 e il 1400. Come il confinamento in casa o il cantare sui balconi, manifestazione già presente durante una delle pesti del rinascimento che colpì Firenze, sono modalità che l’umanità conosce da secoli, eppure si ha l’impressione che ogni volta sia la prima volta che ci confrontiamo con una pandemia.
La Campania, quale entità territoriale, dovrebbe avere memoria di quanto siano state impattanti le epidemie da colera. Se durante il Regno borbonico il numero delle vittime unito all’assenza di misure preventive efficaci segnarono indelebilmente la città di Napoli e con essa tutto il Regno, l’ultima, quella del 1973, ci ha consegnato uno dei poli più avanzati nella gestione di questi fenomeni, l’ospedale Cotugno, che anche durante il Covid-19 ha mostrato una delle performance più avanzate in Europa. Nonostante questo, si ha l’impressione di non aver mai imparato abbastanza la lezione. Eppure, esattamente un secolo fa la Spagnola – che in realtà Spagnola non fu, ma fu definita tale perché in Spagna non c’era la censura della guerra e lo stesso paese non era coinvolto nella Prima guerra mondiale – che ha mietuto tra i 50 e i 100 milioni di vittime, aveva dato dimostrazione di come occorreva agire nei confronti di una pandemia. Il lockdown, parola che abbiamo imparato a conoscere in questi due anni, in realtà fu la misura cardine dell’epoca, alla pari dell’utilizzo delle mascherine e nonostante questo, ancora oggi, ci sono posizioni contrapposte su argomenti che sono delle ovvietà.
In definitiva, la lezione che dovremmo trarre da questa ultima pandemia, ancora in corso – perché potremo dire la parola fine solo nel momento in cui tutto il mondo sarà Covid-free – è quello che le misure di prevenzione sono fondamentali alla pari della scienza che, nell’ultimo secolo ci ha dimostrato, fatti e cifre alla mano, che i vaccini allungano la vita. Parimenti, però, l’altro insegnamento che dovremmo trarre è quello del nostro rapporto con la natura, con la terra che viviamo e che le generazioni future ci hanno dato in prestito. È probabilmente la lezione più importante per la quale serve un cambio di paradigma alla base.

Già dalla prima rivoluzione industriale e a seguire il nostro rapporto con il pianeta è stato messo in forte pericolo. Termini come progresso e crescita sono ormai stati sostituiti con sviluppo sostenibile, anche se ancora facciamo molta fatica ad interiorizzarlo. Da questo punto di vista, il ruolo che avranno le scienze sociali nel determinare le priorità del nostro convivere sarà determinante. Perché se la virologia ci spiega come affrontare una pandemia dal punto di vista del rischio medico, l’economia dal punto di vista della nostra sopravvivenza economica, le scienze sociali ci dovranno indicare quale sarà il punto di equilibrio possibile per la nostra sopravvivenza. Quali saranno le conseguenze di questa pandemia, una volta che sarà sconfitta definitivamente in ogni parte del mondo, è presto per dirlo. Indubbiamente ci saranno sconvolgimenti economici e sociali, ma soprattutto non sappiamo ancora come sarà il mondo post-Covid. Per questa ragione, gli insegnamenti del passato – e anche e soprattutto gli errori – ci dovranno servire per far ripartire un processo di convivenza tra esseri umani e natura, non più procrastinabile.