“Niente è perduto per sempre”

 “Niente è perduto per sempre”

Il nuovo romanzo di Gallicchio sul rapporto tra padre, figlio e i luoghi della memoria

di Carmen Bochicchio

Pasquale Gallicchio, nato a Bisaccia, quindi figlio dell’Alta Irpinia, giornalista e da sempre impegnato in politica. Ha collaborato nel 2000 al documentario “La Terra è fatta così” del regista Gianni Amelio sul terremoto del 1980 in Irpinia. Nel 2001 ha fatto parte del coordinamento editoriale per la pubblicazione “L’occupazione delle terre in Alta Irpinia 1945-1950”. Nel 2006 ha curato l’antologia “Difendiamo la Costituzione”. Nel 2007 ha dato alle stampe un saggio di politica “Passaggio democratico”. Nel 2009 ha partecipato alla raccolta “Versi per il Formicoso”. Nel 2014 ha pubblicato il romanzo storico “Terra” e, due anni dopo, i racconti brevi ne “La Curva”.

Gallicchio, giornalista e scrittore: il suo rapporto con le parole è viscerale. Quando e perché si è avvicinato alla scrittura?

«Non c’è stato un momento preciso, ma se dovessi provare a fissare un periodo, è stato dopo la morte di mio padre. Tempo due anni e avevo finito di scrivere “Terra”. La scrittura è qualcosa che ti aiuta a guardare la realtà e te stesso da un’altra prospettiva perché è una profondità che a sua volta richiede applicazione, passione, tecnica, costanza. Scrivere vuol dire dedicarsi a ciò che vuole uscire da te per consegnarsi al mondo».

“Niente è perduto per sempre” è il suo secondo romanzo. Di cosa parla? Quale è stata la sua fonte di ispirazione? Quale è il messaggio che vorrebbe arrivasse ai suoi lettori?

«Parla del tentativo di ricostruire un rapporto tra un padre affetto da Alzheimer e un figlio che ha lasciato il suo paese dell’Appennino meridionale, dopo il terremoto del 23 novembre 1980. Quando torna dopo trent’anni di permanenza a Milano, si ritrova ad affrontare le difficoltà del presente e le incertezze del futuro. Ho voluto scrivere questo romanzo perché viviamo con la fretta addosso e pensiamo che la memoria possa essere chiusa nel baule del passato. Ce ne siamo accorti con la pandemia che ci ha portato via un’intera generazione di anziani. Tento, così, di riaprire un discorso avviato e poi sospeso sui piccoli paesi, sullo spopolamento, sulla riscoperta delle bellezze del paesaggio».

Con lo sguardo concentrato sul territorio, cosa pensa dello stato di salute delle nostre comunità?

«Sono diversi anni che mi batto a favore delle piccole comunità. Ho imparato, anche grazie alla scrittura, a conoscerle sempre meglio. Certo, se dovessimo guardare allo spopolamento dovremmo tirare in remi in barca, ma non può essere così. Bisogna saper valorizzare gli elementi positivi che ci sono e sono pure ben radicati. Penso alle tante persone, soprattutto ai giovani, che hanno deciso di restare, investendo anche economicamente. Questi luoghi hanno bisogno di una nuova narrazione e chi si propone di farlo deve essere una fucina di speranza».

Immagino che, se la situazione epidemiologica lo consentirà, sarà per Lei un’estate piena di presentazioni del romanzo in Irpinia e non solo. Ha già progetti a cui lavorerà a partire dal prossimo autunno?

«Per questo romanzo, prima della pandemia, erano già state calendarizzate due tappe: Roma e Milano. Adesso sto cercando di riprendere la programmazione. Sono già diverse le richieste per presentarlo in Irpinia, ma anche nelle città di Napoli e Salerno. Mi auguro di tenere in estate numerosi incontri in linea con le disposizioni anti-contagio Covid. Intanto ho già avviato un nuovo lavoro. Spero di poterlo ultimare nel maggio del 2021. Sarà una nuova sfida perché mi cimenterò in un genere nuovo ma non anticipo nulla».