Marcello Masi, una vita per la RAI

Marcello Masi è un uomo dal viso aperto e dai modi gentili, ma dal carattere deciso e determinato. Giornalista e conduttore televisivo (è reduce dal successo della Vita in Diretta Estate e sta girando l’Italia per Linea Verde Life), è cresciuto all’interno della Rai, dove ha ricoperto anche ruoli istituzionali di grande prestigio, facendosi amare da un pubblico trasversale, che apprezza la sua professionalità e la conduzione coinvolgente, diretta, appassionata e ironica.

La perdita di suo padre quando lei aveva solo 11 anni le ha fatto sviluppare più forza o più insicurezza?

Entrambe le cose. Ha creato un buco nero fatto d’insicurezze e addirittura di attacchi di panico, che ho superato lavorando molto su di me ma, nello stesso tempo, il dolore mi ha anche portato a provare una rabbia feroce, che si è tradotta in un’estrema volontà di reazione, che mi ha permesso di raggiungere, nel tempo, tutti gli obiettivi che mi ero prefissato.

A 21 anni perde anche la mamma, di cui conserva ricordi molto dolci.

Lei era proprio la mamma dei romanzi: attenta, affettuosa, accogliente, mediterranea. Era di poche parole, ma capace di riempire la vita degli altri, anche solo con la presenza.

In qualche modo la sua figura ha influito sulla visione che lei ha delle donne?

Direi di sì: ho sempre ammirato le donne, ritenendo che abbiano una marcia in più rispetto a tanti uomini. Per questa ragione, anche a livello professionale, ho riconosciuto e premiato il ruolo del femminile come massima integrazione di capacità, volitività, accoglienza e sensibilità.

Da giovane ha vissuto grosse difficoltà economiche, tanto da abitare anche in una stanza senza riscaldamento.

Che freddo ho sofferto e nevicò pure quell’anno! Mi ricordo che possedevo solo un paio di pantaloni “buoni”, che utilizzavo nelle occasioni importanti. Una sera, venni invitato a cena a casa del padre di Flavia (che poi divenne mia moglie) e mi accorsi che, sul grigio del tessuto, spiccava un grosso graffio bianco: non sapendo come fare presi una matita e lo colorai. Sono stati tempi davvero difficili, ma pieni di energia, inventiva e fiducia.

Cosa ricorda del periodo turbolento del ’77 che lei, giovane contestatore di sinistra, visse in prima persona?

Io credo di essere stato protetto dall’alto: ho frequentato ragazzi che oggi non ci sono più a causa dell’eroina e sono stato avvicinato da una persona che poi ho scoperto appartenere alle BR. Il giorno in cui dovevo incontrarla, per pigrizia, decisi di non andare. Forse, se l’avessi fatto, oggi non sarei qui. Diciamo che, per chi crede agli angeli custodi, il mio mi ha tirato per la giacchetta più volte…

Quella rabbia giovanile in cosa si è trasformata?

Si è tradotta in una sete inesauribile di giustizia, che supera qualsiasi colore politico e qualsiasi ruolo. Gli estremismi che hanno caratterizzato la mia giovinezza hanno lasciato il posto alla voglia di denunciare qualsiasi tipo di prevaricazione, a partire da chi non rispetta la fila per arrivare alla contestazione di chi occupa posti strategici senza averne le capacità.

Lei è entrato in Rai nel 1987 senza più uscirne.

Grazie a Paolo Battistuzzi, liberale e allora Assessore alla Cultura a Roma, che per me è stato un secondo padre, riuscii a ottenere una collaborazione a termine in RAI. Quella fu l’occasione della mia vita: da lì, impegnandomi con tutte le mie forze, cominciai a camminare da solo e trovai una seconda casa.

Sposato da più di 30 anni con Flavia Maria Coccia, com’è riuscito a conciliare la libertà interiore con i legami della famiglia?

Mia moglie è altrettanto libera e condividiamo gli stessi principi e ideali. Abbiamo litigato e attraversato anche momenti di crisi, ma siamo sempre stati consapevoli dell’importanza e del valore della persona che avevamo accanto.

Della famiglia fanno parte anche due cani e due gatti.

Pensi che la mia era una famiglia di cacciatori e io mi alzavo alle 4 di mattina per accompagnare mio fratello e mio zio a caccia. Poi, pian piano, ho cominciato ad avvertire un senso di angoscia vedendo morire gli animali e ho iniziato a interrogarmi, diventando sempre più consapevole che, anche gli animali, sono un riflesso del Creato. Da allora ho rispettato la vita e la natura, divenendone uno strenuo difensore.

Lei è diventato giornalista relativamente tardi, non un colpo di fulmine ma un amore profondo.

In realtà ho sempre avuto la passione per il giornalismo ma, da giovane, non mi ritenevo capace, anche perché avevo 5 amici, che per me erano come una famiglia, che erano molto più bravi di me: loro prendevano 9 in italiano e io 5 e questo mi ha causato una sorta di auto-inibizione che mi ha bloccato per anni. Quando poi mi si è presentata l’occasione della RAI, la passione che avevo soffocato è riesplosa.

Per 6 anni conduttore del TG2 Notte. Qual è il suo rapporto con il buio?

Mi mette paura da sempre. Una notte, per lavoro, ho dormito in una stanza ricavata in una chiesa del 1400: ero agitatissimo perché diciamo che “non credo ai fantasmi…ma ci credo” (ndr. ride).

Dal 2011 al 2016 è stato Direttore del TG2; dover stare sempre sulla notizia quanto è logorante?

Molto. Quelli sono stati anni in cui ho vissuto in uno stato di allarme costante, sempre pronto a prendere delle decisioni fondamentali per il telegiornale e per le persone che ci lavoravano. Ancora oggi dormo con il telefonino acceso sul comodino.

Ha curato per vari anni le rubriche “TG2 Dossier” e “TG2 Dossier Storie”. I temi trattati le hanno lasciato più amarezza o più fiducia nell’animo umano?

Io sono un pessimista cosmico, che però ha deciso di aver fiducia nelle persone dando sempre una seconda opportunità per tirare fuori il meglio. Cerco di farlo nella vita, nel lavoro e con le storie che racconto nei miei programmi, perché ritengo che sia un dovere morale per chi lavora nei media, e ancora di più per chi lavora nella televisione pubblica, veicolare anche messaggi di speranza, esempi edificanti e un’idea del mondo come sarebbe bello che fosse. Quando diventai Direttore del TG2 intitolai il mio piano editoriale “Gli altri siamo noi” proprio perché è fondamentale che tutti siano consapevoli di essere parte di qualcosa di più grande.

Lei ha la fortuna di lavorare su programmi che abbracciano le sue passioni (“Eat Parade”, “I Signori del vino”, “Alter Eco”, “Linea Verde Life”, “In viaggio con Marcello”).

È vero ma ho anche fatto delle scelte precise per riuscirci, rinunciando a proposte che mi avrebbero dato molta più visibilità come, ad esempio, i talk show politici. Ho deciso di ascoltarmi e di puntare su ciò che mi avrebbe fatto stare bene, nonostante la fatica e l’impegno, che non mancano mai se vuoi fare un programma di qualità.

Il cibo, cos’è per lei, oltre a un appagamento sensoriale?

Retaggio culturale, creatività, ritualità, socialità, condivisione: una miniera inesauribile di conoscenza, di casualità, di ricerca. È una storia dell’uomo “commestibile”.

Se fosse un vino cosa sarebbe? Un rosso corposo?

No, troppo impegnativo, vorrei essere una bollicina, per entrare nelle persone con un sorriso e un solletico nel naso.

Un altro tema a lei caro: la tutela ambientale.

Siamo vicini al punto di non ritorno, possiamo solo frenare la corsa verso il precipizio ed è necessario che tutti facciano la propria parte: i Governi per ciò che li riguarda e i cittadini mettendo cura e rispetto per l’ambiente nei gesti di tutti i giorni, come risparmiare l’acqua e la corrente, evitare la plastica, fare la differenziata, etc.

Lei è un uomo estremamente diretto, che non ama nascondersi.

Dopo 30 anni di questo lavoro mi è chiarissimo che recitare una parte non paga: la televisione ha la grande capacità di smascherare le persone. L’unico modo per riuscire a fare bene questo mestiere è mettendosi in gioco totalmente, con passione, impegno e sincerità.

Lavora spesso con amici: una scelta di cuore?

Sì ma non solo. L’amicizia per me è una “parentela scelta”, ma anche un ottimo strumento di lavoro perché nasce dalla stima e dal rispetto. E questo aiuta a lavorare meglio e in modo più creativo e sereno.

Parliamo del viaggio della vita. Dove siamo diretti? Dove si trova lei lungo il percorso?

Sono domande che mi sono sempre fatto e la cosa mi fa impazzire. L’unica risposta che sono riuscito a darmi è sul senso di questa vita, che per me sta nei sorrisi che abbiamo saputo suscitare negli altri. Per quanto mi riguarda io mi sento ancora, per tanti aspetti, l’undicenne pieno di paure di un tempo e, stranamente, ho la sensazione di non essere alla fine ma all’inizio del mio viaggio.

Laura Corigliano