La pagina Facebook più dissacrante della e sulla provincia di Avellino

 La pagina Facebook più dissacrante della e sulla provincia di Avellino

Intervista a Luigi Capone che l’ha aperta nel 2011: “Ero stanco dei convegni sulla valorizzazione del territorio e sulla vocazione turistica dei nostri paesi”

di Carmen Bochicchio

Con oltre 26.000 like, è una delle pagine Facebook più seguite in provincia di Avellino e non solo. Parliamo di Irpinia Paranoica, uno spazio virtuale ironico ed irriverente, che però induce a riflettere. Ma chi c’è dietro la pagina e come è nata questa idea?

Il mio nome è Luigi Capone e dietro questa pagina siamo in due. L’ho aperta io nel 2011. Ero reduce da infiniti convegni sulla poesia del Sud, sulla valorizzazione del territorio, sul terremoto, sulla paesologia, convegni che celebravano precedenti convegni. Non ne potevo più. Fu subito considerata una grossa provocazione. Nel 2012 ho conosciuto il mio socio e da allora collaboriamo per l’elaborazione dei post.

Nella descrizione della pagina Facebook Irpinia Paranoica si definisce “contro la valorizzazione del territorio e la territorializzazione, a favore dell’improponibile”. È una dichiarazione d’intenti a metà strada tra il serio e il faceto…

È più seria che scherzosa come provocazione. Si parla troppo di Irpinia tanto che questa parola sta perdendo di significato. È sempre stato un territorio alienato e estraniante. Uno dei motivi principali risiede nell’assenza di un vero capoluogo. E poi c’è anche l’alibi perfetto per giustificare le mancanze, il disagio socio-economico e la povertà spirituale: il caro, vecchio luogo comune italico del “dovremmo campare di turismo”. Ci sono paesi che non hanno nulla di significativo da offrire, che sono stati ricostruiti in maniera orrenda dopo il terremoto e che, quindi, non hanno alcuna vocazione turistica. L’unica cosa che davvero mi sembra una buona idea è il “Progetto Pilota Alta Irpinia”. Purtroppo, però, quasi nessuno riesce a mettere da parte il campanilismo”.

Nella pagina spesso si ironizza sulle abitudini alimentari locali e sulla mentalità, tipica degli anni ‘80, di volere un lavoro a tempo indeterminato…

Prendiamo in giro chi aspira al posto fisso per raccomandazione ma, attualmente, il posto fisso è l’unica speranza se ti vuoi costruire una vita, comprare una casa, mettere su famiglia. L’irpino, probabilmente, ha il retaggio culturale dell’atavica miseria e, pertanto, conserva il naturale istinto per i bisogni primari. L’attaccamento al cibo è sicuramente dovuto a questo. Sia il posto fisso che il cibo sono delle rassicurazioni che l’irpino cerca per superare le sue ancestrali paure della vita.

Lei ritiene che le nuove generazioni abbiano una qualche speranza o devono rassegnarsi allo status quo?

Non ho consigli da dare alle nuove generazioni perché sono troppo diverse da me. Di mestiere faccio l’insegnante e conosco bene gli adolescenti di oggi. Sono multitasking, sembrano più svegli e più positivi ma si fanno sopraffare ancor più facilmente dal giudizio degli altri. Un ragazzo irpino deve scegliere se seguire la moda di andare in città contribuendo allo spopolamento dei paesi oppure restare per costruire qualcosa. In entrambi i casi, purtroppo, lo aspetta una fatica enorme.

Quali sono i vostri futuri progetti, a parte continuare a bere birra “Peroni”, “impiccare” il caciocavallo podolico, oziare tutto il giorno in attesa de “lu postu”, ricordare ogni 23 novembre il terremoto del 1980 e morire democristiani?

Il prossimo progetto è realizzare in estate un goliardico tour dei bar, partendo da quelli vincitori del contest che abbiamo organizzato sulla pagina Facebook, mentre di recente abbiamo attivato il nostro nuovo sito www.irpiniaparanoica.it. Personalmente poi ho intenzione di pubblicare un secondo romanzo. Detto ciò, a volte ho la sensazione che siamo già morti democristiani, tutti. Gli irpini, nella vita, se ne vanno due volte: la prima al nord e la seconda al camposanto. Io sono morto una sola volta, per ora. Un auspicio? Dare ascolto ai disoccupati, ai ragazzi che non studiano e che non lavorano, a quelli che lottano contro la depressione, che sudano per guadagnare 20 euro al giorno in qualche trattoria. Sono loro i veri eroi moderni.