La donazione è luce: intervista al Prof. Mariano Ferraresso

 La donazione è luce: intervista al Prof. Mariano Ferraresso

Oggi parlerò di storie di speranza, che si trasformano alchemicamente in storie di vita e di rinascita, grazie alla scelta di qualcuno di donarsi all’altro, nel modo più generoso e significativo che ci possa essere: regalando una parte di sé, attraverso una donazione di organi.

Una pratica fondamentale, importantissima, che in alcuni casi può fare la differenza tra la vita e la morte e, in altri, fra una vita praticamente normale e una condizionata dalla malattia. Per farlo mi avvalgo dell’aiuto di un luminare in questo campo: il Professor Mariano Ferraresso, Direttore di Chirurgia Generale e dei Trapianti di Rene dell’Ospedale Maggiore Policlinico, Fondazione Cà Granda I.R.C.C.S di Milano, uno dei centri più prestigiosi a livello nazionale e internazionale, per quanto riguarda questo genere di trapianti.

Professore, quali organi possono essere trapiantati?
In Italia il donatore deceduto può donare i polmoni, il cuore, il fegato, i reni, il pancreas, le cornee, la cute, i segmenti ossei. In casi particolari, in via sperimentale, è stato anche autorizzato il trapianto di segmenti compositi (quali mani e braccia), di utero e di faccia. Nel caso di donatore vivente è invece consentito in Italia solo il trapianto di reni e di parte del fegato.

Come si può esprimere la propria volontà all’espianto?
Ci sono vari modi: il più recente è quello di far registrare la propria opinione, detta “Dichiarazione di volontà” (in senso positivo o negativo) al momento del rilascio o del rinnovo della carta d’identità; in alternativa la si può compilare dal proprio medico curante o presso l’ufficio preposto di qualsiasi ospedale. Ci si può infine rivolgere ad Associazioni quali l’AIDO (Associazione Italiana Donatori Organi). Chiaramente, tale manifestazione può essere modificata in qualsiasi momento. Una cosa importante da sapere è che, nel nostro Paese, nonostante esista una dichiarazione di volontà, per poter procedere alla donazione di organi, ci deve essere pure un’accettazione da parte dei congiunti. In caso di morte violenta (incidente stradale) è anche necessario il benestare della magistratura.

Qual è la procedura?
Un importante impulso alla donazione di organi in Italia è stato dato dall’introduzione della legge sulla morte cerebrale, che permette al medico curante (spesso il rianimatore) di sospendere ogni supporto meccanico e farmacologico quando questa situazione clinica viene accertata. Prima di poter dichiarare la morte cerebrale (che è la perdita irreversibile delle funzioni cerebrali, a differenza del coma cerebrale dove, anche nei casi, più gravi una speranza di ripresa è sempre presente) si devono attendere almeno 6 ore. In altri Paesi europei ed extraeuropei bastano pochi minuti. La dichiarazione di morte cerebrale viene fatta da una commissione (presente in ogni ospedale) costituita da un medico legale, un neurochirurgo e un rianimatore (non operativi nella cura del paziente e quindi super partes), che mettono in atto tutti gli accertamenti necessari per confermare la diagnosi. A questo punto, se è stata espressa la volontà alla donazione, si attivano gli accertamenti necessari per garantire l’idoneità degli organi al trapianto e la ricerca dei riceventi compatibili. Da questo momento bisogna procedere con il trapianto il più velocemente possibile.

Gli Stati Uniti sono stati un po’ gli apripista in questo campo.
Sì, infatti il primo trapianto, che è stato di reni, è stato fatto alla fine degli anni ‘50 negli U.S.A, per poi arrivare in breve tempo in Europa e in Italia: nel 1965 si ebbe il primo intervento a Roma e nel ’69 al Policlinico di Milano.

Foto di Paolo Liaci

Per quali tipi di malattie renali è necessario un trapianto?
Quando il paziente ha una situazione di insufficienza renale cronica per cui i reni non sono più in grado (fra le altre cose) di depurare il sangue dalle tossine che vengono prodotte all’interno del nostro organismo.

Il trapianto è preferibile alla dialisi?
Sì perché, pur non essendo risolutivo, offre una qualità di vita superiore (un dializzato deve sottoporsi a dialisi 3 o 4 volte alla settimana, tutto l’anno e per tutta la vita) mentre un trapiantato deve assumere solo i farmaci e fare i controlli. Inoltre le complicanze, in caso di dialisi, sono molto più frequenti, tanto che la vita media di un dializzato è inferiore rispetto a quella di chi ha avuto un trapianto.

Esistono dei casi in cui sia invece consigliabile la dialisi?
Solo quando ci sono delle controindicazioni al trapianto di rene legate alla condizione clinica del ricevente, ad esempio se ha delle malattie neoplastiche perché, chiaramente, la terapia immunosoppressiva scatenerebbe anche il problema neoplastico, oppure per la presenza di malattie incompatibili con l’operazione (gravi insufficienze di altri organi) o nel caso di situazioni psicologiche e socio-familiari che lo sconsiglino.

Esistono delle differenze cliniche nel caso di donatore deceduto o vivente?
Cambia la nostra prospettiva di operatori, perché nella donazione da vivente abbiamo, oltre alla responsabilità del paziente ricevente, anche quella di garantire la salute del donatore nel lungo periodo per cui, se quest’ultimo non rientra all’interno di parametri precisi, non viene avviato alla donazione. Vige anche qui il principio di Ippocrate: cura senza creare danno, se possibile. Calcoli che, prima di arrivare in sala operatoria, il donatore è sottoposto a tre livelli progressivi di accertamenti (dall’emocromo alla scintigrafia e tac con metodo di contrasto) e che tutto il processo di studio dura almeno tre mesi.

Il ritratto tipo del donatore vivente?
Chi dona di più in assoluto è la donna, poi in generale i genitori, i compagni di vita (quelli che noi definiamo “emotionally related”), fino agli zii o ai nonni, in ambito familiare. Abbiamo poi delle donazioni particolari, il cui processo è sotto controllo del Centro Nazionale Trapianti, come le donazioni “cross over” (cioè tra gruppi di coppie non compatibili immunologicamente che si scambiano il rene, con la finalità di garantire la massima compatibilità fra donatore e ricevente). A seguire, con una percentuale molto bassa, i donatori samaritani, donatori solidali, che offrono un rene alla comunità senza fini di lucro.

Cosa succede dopo l’operazione?
Dopo 3 giorni, solitamente, il donatore viene dimesso e dopo una settimana può tornare alla sua vita, entrando in un percorso di screening che lo tutelerà per sempre. Per quanto riguarda il ricevente il ricovero è di circa una settimana, a cui seguono dei controlli, prima molto ravvicinati e poi via via più distanziati: dopo 6 mesi il paziente può riprendere le sue attività normali.

Foto di Paolo Liaci

La percentuale di complicanze?
Abbastanza bassa in generale. C’è sempre però il pericolo di rigetto, che combattiamo con gli immunosoppressori. Tale eventualità diminuisce ulteriormente in caso di trapianto da donatore vivente sia per la consanguineità, e quindi la maggior compatibilità, sia perché abbiamo il tempo per fare controlli più approfonditi. La durata media di un trapiantato da donatore deceduto è infatti di 18 anni, da vivente 25. Per il donatore poi le complicanze sono bassissime: nella nostra esperienza su 490 donatori ne abbiamo avuto solo uno che, divenuto ormai ultrasettantenne, ha dovuto ricorrere alla dialisi.

Esistono dei limiti d’età per donare e per ricevere?
Noi operiamo bambini (riceventi) dai 10 kg di peso (sui 18 mesi perché i nefropatici hanno uno sviluppo corporeo deficitario). Per quanto riguarda il donatore non esistono limiti di età purché sia maggiorenne.

Laura Corigliano

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