La Bocca del Dragone

 La Bocca del Dragone

L’indagine letteraria di Giovanni Carullo rende Volturara Irpina protagonista            

Un giovane giornalista di cronaca giudiziaria che, trapiantato a Roma, deve tornare in provincia e dimostrare di saper gestire da solo un caso molto difficile, sentendosi continuamente in lotta tra la nostalgia del senso di sicurezza e la smania di volere di più dalla vita. Un terribile delitto, in cui la vittima è una bambina, che scuote un piccolo paese e sembra di immediata risoluzione. Un luogo magico, la Piana del Dragone di Volturara Irpina, protagonista quanto gli esseri umani che lo popolano.

Sono questi gli ingredienti del libro dell’avellinese Giovanni Carullo,La Bocca del Dragone”. Un giallo che non si limita ad appassionare con l’indagine, ma consegna diversi spunti di riflessione: dalla provincia fintamente “dormiente” alla facilità dei giudizi borghesi, dal ruolo dell’informazione al senso di appartenenza territoriale. D’altronde Carullo – impiegato amministrativo ed esperto di Gestione Risorse Umane dell’Asl – nasce sociologo, e approda alla scrittura per passione: «Mi è sempre piaciuto scrivere, da quando ero ragazzo. Ma fino all’inizio del 2000 non avevo ancora prodotto nulla che fosse “completo” – ci racconta – Poi ho cominciato ad elaborare storie vere e proprie, cercando di continuare a perseguire questo interesse nonostante gli impegni lavorativi e familiari. Ho frequentato un corso professionale di scrittura tenuto da Antonella Cilento e ho redatto dei racconti brevi, con i quali ho vinto anche dei premi letterari. Scrivevo nelle pause, mentre attendevo l’autobus, in qualunque momento libero. “La Bocca del Dragone” è praticamente nato mentre aspettavo che mio figlio finisse gli allenamenti di calcio quando lo accompagnavo».

Come mai è passato dal racconto al romanzo?

Ho sentito il bisogno di sviluppare questa storia in una maniera più articolata, ma non so precisamente perché. Mi ha anche portato ad un cambio di genere. Molti dei miei racconti si incentrano sui personaggi, soprattutto femminili, e sul loro rapporto con la vita. Qui ci sono un protagonista uomo e un’indagine.

Perché ambientare la storia nella Piana di Volturara Irpina e negli anni ‘60?

Quel luogo mi ha sempre affascinato. Da bambino ci andavo con la mia famiglia a raccogliere funghi, all’alba. L’Ofantina non era ancora completa, così l’unico modo per raggiungerla era una strada piena di curve che passava da Salza Irpina. Superate le colline, si stagliava davanti ai miei occhi questa zona incontaminata. Negli anni ho voluto approfondirne la storia e sono rimasto colpito quando ho scoperto che si allagava e addirittura si utilizzava la barca per raggiungere i diversi punti. Stessa cosa per il periodo storico. Il libro è ambientato nel 1962 e non è una fase che io ho vissuto, ma mi ha sempre attirato. Li considero anni importanti e genuini, nei quali si sono scoperte tante cose per la prima volta.

La risoluzione del mistero è il nucleo della storia. Ma non mancano altre questioni interessanti, come il pregiudizio della provincia meridionale sempre un passo indietro rispetto alle grandi città…

Nonostante la trama principale, ho cercato di non tralasciare l’umanità dei personaggi che ne fanno parte. Volevo scardinare lo stereotipo della provincia ignorante e arretrata, dove si annidano i “mostri” violenti che la stampa nazionale è sempre pronta a raccontare in un certo modo. L’ho fatto per dimostrare che anche in Irpinia, una terra tutt’altro che “metropolitana”, certi valori – come la ricerca della verità – sono importanti. E anche che i pregiudizi possono essere smentiti. Nel mio libro ci sono donne che guidano, un sindaco acculturato e appassionato di storia, bambine che studiano e da adulte trovano lavori di prestigio all’estero. E molto altro che, da un occhio esterno, forse non ci si aspettava in un luogo considerato isolato e ristretto.

Eppure è una condizione che l’Irpinia vive ancora oggi: per molti restiamo la “piccola Svizzera” che, se da un lato è tranquilla, dall’altro è immobile. Secondo lei perché?

Non abbiamo colto le opportunità del post-Terremoto. Nonostante le ingenti risorse arrivate, per una serie di motivi, non siamo riusciti a fare un “salto” in avanti e, contemporaneamente, abbiamo anche perso ciò che c’era prima. Tutte le città, le società, mutano a prescindere dalle grandi catastrofi. Ma da noi ciò che è sparito non è stato sostituito, soprattutto in termini di sviluppo culturale. Il risultato? Il tasso di emigrazione giovanile è superiore a quello degli anni ’60, dove tante opportunità non erano nemmeno pensabili.

Il personaggio del direttore del giornale spesso frena le velleità personali del protagonista e insiste sulla necessità della verità al primo posto. È una critica al giornalismo odierno, fatto di social-star e toni urlati?

È in primis una proiezione di come avrei condotto io il lavoro di giornalista, se lo fossi stato. Quel direttore è stato prima redattore: si rende conto della voglia di raccontare, di scoprire, del suo collaboratore, ma ha esperienza di come le cose vanno fatte. Non vuole nascondere nulla, bensì mettere in primo piano il rapporto con i lettori e l’onestà nei loro confronti: ricercare una verità che non si lasci troppo guidare dalle emozioni personali, che possono essere fuorvianti. Il mestiere di un giornalista è soprattutto quello di ricercare la verità. Certo, aggiungendo anche il proprio punto di vista, ma permettendo al lettore di farsi un’idea completa di una notizia. Oggi, invece, chi si informa con un’unica voce avrà una conoscenza sempre parziale, soprattutto nelle televisioni delle grandi reti (che fanno capo ai grandi gruppi finanziari). Dall’altro lato, chi fruisce dell’informazione non vuole mai essere messo in crisi. Si aspetta un racconto della realtà che lo accontenti  e non gli stimoli molte domande o dubbi.

Chi sono i suoi modelli letterari, a chi si ispira?

Ho letto tutto il possibile di Raymond Carver. Racconta l’America degli anni ’50 attraverso le persone semplici, le storie quotidiane. Leggendo, si ha la sensazione di essere con i protagonisti. Sono molto felice quando qualcuno dice che anche attraverso le mie parole riesce a visualizzare tutto quello che accade, che rappresento. È ciò a cui aspiravo scrivendo.

La letteratura è spesso un volano per il turismo. L’esempio più noto è quello della Sicilia di Camilleri, anche se i luoghi descritti esistono con altri nomi (“Vigata” è un paese inventato). Che sia arrivato il momento dell’Irpinia con i libri di Giovanni Carullo?

Magari! Il mio progetto futuro è quello di continuare con le indagini di questo protagonista in altri paesi della provincia, richiamato a seguire nuovi casi in diverse zone. Chissà, un giorno il mio giornalista diventerà il Montalbano d’Irpinia! Quello che è certo è che la letteratura valorizza i luoghi che descrive. Nel frattempo, sono felice che il libro sia piaciuto a chi lo ha letto e che a Volturara sia stato apprezzato. L’attuale sindaca mi ha coinvolto in una presentazione in paese e molti volturaresi che vivono in giro per il mondo, soprattutto negli Stati Uniti, hanno acquistato le loro copie online. È un modo per restare vicini alla loro terra attraverso la lettura.

Rosaria Carifano

Quarantotto pagine, patinate e a colori. Un sito agile ed intuitivo. Free-press bimestrale e giornale online, per un'Irpinia come non l’avete mai vista. Che siate irpini, oppure no