#IrpiniInGiro Da Firenze a Trieste, passando per Bruxelles

 #IrpiniInGiro Da Firenze a Trieste, passando per Bruxelles

Firenze
tre cose che amo di lei

di Claudia D'Aliasi, content editor e social media coordinator per visittuscany.com

Da quando sono andata via in molti mi hanno chiesto il perché. Mi hanno fatto notare i presunti svantaggi di vivere in una città turistica e, di contro, le comodità della piccola città di provincia. Forse scoraggiarmi era un modo affettuoso per cercare di trattenermi. Ma questa non è una competizione tra due città profondamente diverse: è una scelta di vita. Si parte e i motivi accomunano me a molti altri prima di me: avevo bisogno di fare un salto nel vuoto, mettermi alla prova, trovare un posto tutto mio, scrivere un nuovo capitolo, eccetera eccetera.

E quando la nostalgia di casa si fa sentire mi basta ricordare che adesso di case ne ho due: quella che mi ha permesso di sviluppare le ali e quella che mi permette di volare. Anche questo credo che valga per molti.

Sono di Avellino e vivo a Firenze dal 2016. Scrivo di turismo per la Regione Toscana e nel farlo mi sento una privilegiata. Inutile dire che ogni volta che mi trovo al cospetto del Duomo oppure che il mio sguardo incontra il Ponte Vecchio sembra sempre la prima volta. Ma, cartoline a parte, Firenze ha dei posticini che impari a conoscere solo se ci vivi. I luoghi sono così, bisogna avere la pazienza di scoprirli lentamente, grattare via la superficie e lasciarsi permeare.

Il nostro viaggio fatto di parole non comincia dall’arte, siete sorpresi? Ovviamente ci arriveremo, ma una delle cose che amo di Firenze è il verde urbano.

L’occhio del turista non può farsi sfuggire la perfezione di Boboli (patrimonio Unesco), Villa Bardini e i famosi giardini delle rose e dell’iris, tutti straconsigliati a buon diritto. Ma accanto a questi ci sono i giardini vissuti dalla cittadinanza, piccoli angoli di paradiso dove spesso ci si rilassa a fine giornata.

Di ritorno dal lavoro mi piace passeggiare nei giardini del Lungarno Bellariva. La luce del tramonto riflessa nell’Arno infonde un senso di pace che mi rimette al mondo.
Quando ho più tempo, magari nel weekend, faccio un salto alle Cascine, un immenso parco pubblico che in giornate come queste si veste di foglie dorate. Mi piace anche il Parco d’arte Pazzagli, dove i cipressi si alternano con le sculture, un museo all’aperto in cui è possibile sdraiarsi e fare un picnic.
Gli amanti della corsetta preferiranno la Villa il Ventaglio, con il suo laghetto romantico e un percorso in salita tra corbezzoli, olmi e ippocastani. Infine il Giardino dell’Orticoltura ospita il mercato dei fiori, un tripudio di colori e profumi, con peonie, orchidee, frutti antichi, piante acquatiche e carnivore da tutta Italia.

 

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Ora tocca all’arte, e c’è l’imbarazzo della scelta. Se siete stati a Firenze probabilmente avrete già visitato gli Uffizi, decretati miglior museo al mondo dalla rivista Timeout. Beh, visitateli ancora, sia per rivivere una magia che non satura mai, sia per scoprire l’allestimento delle nuove sale. Trovare in un unico edificio Botticelli, Leonardo, Michelangelo, Tiziano, Caravaggio, Raffaello… direi che è una fortuna.

La culla del Rinascimento valorizza anche il contemporaneo: fino al 30 gennaio Palazzo Strozzi accoglie le opere di Jeff Koons nella mostra “Shine”. Sembrano palloncini giganti, gonfiati da chissà quale divinità: in realtà quella leggerezza è solo apparente perché si tratta di metallo. Proprio quando i nostri occhi incontrano quelle figure imponenti e ci specchiamo nella loro superficie lucida, lì nasce l’opera d’arte secondo Koons.

Dalle sculture passiamo alla pittura di un’artista geniale, tra le più influenti della nostra epoca: Jenny Saville. L’esposizione diffusa comprende varie location (come Palazzo Vecchio) ma il centro principale è il Museo Novecento. I ritratti sono ipnotici, condensano colori ed emozioni come se una realtà intima, nascosta in uno sguardo, volesse esplodere. Volti, nudi, maternità, scene di lotta raccontano movimento, imperfezione, dolore e voluttà. Uno dei dipinti che più mi colpisce è Rosetta 2, posto in una sala che lo eleva a vero e proprio monumento.

Oltre ai giardini e all’arte, nella mia top 3 rientrano i concerti, momenti di puro arricchimento e – finalmente – di incontro con l’altro. Chi mi conosce sa che sono un’appassionata di musica e che per diversi anni ho portato avanti un progetto che mi ha permesso di conoscere i musicisti più disparati e realizzare interviste e reportage. Perciò non potevo ignorare la Firenze che fa rumore.

L’associazione culturale La Chute organizza molti eventi internazionali, in particolare al Circolo Arci Il Progresso: quest’anno Fausto Rossi, Ben Ottewell dei Gomez, Lydia Lunch e Steve Wynn ci hanno fatto sognare; la rassegna Musicus Concentus di recente mi ha permesso di ascoltare dal vivo, alla Sala Vanni in Oltrarno, artisti come Lyra Pramuk e Pan American; il Lattexplus festival ha invitato Apparat in una bellissima serata estiva, nell’Anfiteatro delle Cascine; chi ama la sperimentazione sta ancora ringraziando Tempo Reale per la sua TRK sound club alla Galleria Frittelli (aspettando il ritorno, si spera).

Ci sarebbe ancora tanto da raccontare e questo è solo un assaggio, una miniguida molto personale, scritta come una pagina di diario o una telefonata a un’amica. Per tutto il resto bastano un biglietto del treno e la curiosità, che è un dono meraviglioso.

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Bruxelles
contraddizioni e stranezze della capitale d'Europa

di Maria Claudia Pastena, event manager per un partito politico europeo

Con Bruxelles non è stato amore a prima vista, mi ci sono trovata per caso. Non è una città turistica. Non è uno di quei posti come Parigi o Londra che ha l’aria di grandeur e di capitale dell’impero. Non è una meta un po’ underground e alternativa come Amsterdam e Berlino. Non è una di quelle cittá così cariche di storia che dove posi lo sguardo ti scontri con una stratificazione di civiltà, come Roma o Atene.

Bruxelles è una città che è diventata “capitale dell’Europa” dalla sera alla mattina e – a causa e per colpa dell’Europa – ha vissuto tantissime trasformazioni.

Scoprire la storia di questo città è stato possibile attraverso un certo studio dei suoi luoghi e delle sue storie.

Quando giri nella petite couronne e entri nella Grand Place la prima volta, un po’ ti resta dentro. Non tanto per i palazzi con le decorazioni in oro, ma per il principio. C’era bisogno che la popolazione sapesse che nella piazza principale i piú importanti di tutti, sopra lo Stato e sopra la Chiesa, erano le corporazioni.

O il senso dell’assurdo, che si lega alla sottile ironia dei belgi, di avere come momumento principale la fontana di un bambino che fa la pipí: il Manneken-Pis. La narrazione vuole che il prodigioso infante spegnesse una bomba con il getto dell’urina, e da lí è iniziata una leggenda di furti della statuina e vestizioni del bambino per le grandi occasioni. Il mio preferito è il Manneke vestito da operaio per il primo Maggio, ma si possono vedere tutti i vestiti della “collezione”, compresi alcuni confezionati da grandi case di moda, in un apposito museo. Ci hanno preso cosi gusto che esiste anche una Jeanneke-Pis, la bambina che fa pipì e lo Het-zinneke, il cane che fa pipí.

Ho scoperto la passione per i brocantes dei belgi, andando la prima volta a Place Jeux de Balle, sono rimasta incredula all’idea che ci fosse un antichissimo mercato di cianfrusaglie ed è davvero frequentato. Per gli appassionati di restauro e antichità, c’é l’intero quartiere di Sablon in cui trovare collezioni prestigiose e gallerie d’arte.

Una delle mie storie preferite per inquadrare, però, questa cittá è quella dell’Atomium, costruito in occasione dell’Esposizione universale del 1958: rappresenta una cella unitaria di un cristallo di ferro. Come la Tour Eiffel, doveva essere temporaneo, ma I belgi si appassionarono al monumento che è rimasto in piedi fino ai giorni nostri. La storia divertente è che dopo quasi 60 anni, con l’atomo trasformato in ristorante e museo, si sono resi conto che non aveva un indirizzo. Tutti sapevano dove trovarlo, ma solo nel 2018 si sono resi conto che non era indicato in nessuna strada. Ah, pare anche che sia abusivo, ma si sa come vanno queste cose, potremmo scoprire la verità in altri 60 anni!

Bruxelles peró è anche la città delle eccezionalità. Come il Museo di Scienze Naturali a Ixelles che conserva la piú importante collezione di scheletri di dinosauri d’Europa: Tirannosauri Rex, Triceratopi e Diplodochi, e soprattutto la vastissima collezione di fossili d’Iguanodonti, trovati per caso e diventati un orgoglio nazionale.

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O il Museo del Fumetto che, su 4000 metri quadri nel pieno centro della città, ha tutto ciò che lo riguarda. Ospitato in un edificio tempio dell’Art Nouveau disegnato da Victor Horta, il museo è il regno dei piú celebri eroi dei fumetti belgi: Tintin, i Puffi, Lucky Luke, Gaston Lagaffe, Blake et Mortimer e molti altri.

Dopo cinque anni qui, una delle passeggiata urbane che preferisco è quella fatta alla scoperta della street art: nascosti o celebrativi, su commissione o spontanei, negli ultimi 30 anni Bruxelles si è riempita di incredibili murales.

Bruxelles inoltre è una vera cittá gourmand. Si possono trovare tanti locali stellati per i palati piú esigenti. Ci sono ristoranti provenienti letteralmente da tutte le parti del mondo (lo avete mai visto un ristorante iracheno? Io si, a Bruxelles), e lo street food è in ogni quartiere. La gara delle miglior friterie per le patatine fritte coinvolge ogni anno come un derby nella capitale. Perché anche se si chiamano French Fries, furono inventate in Belgio, con la loro doppia frittura nel blanc de boeuf e la scelta chilometrica di salse. Banale io che pensavo solo alla maionese e al ketchup.

A Bruxelles si mangiano le praline al cioccolato migliori del mondo. Hanno inventato anche quelle. Un farmacista utilizzava il cioccolato per ricoprire i farmaci da dare ai bambini, quando un giorno si rese conto che avrebbe potuto riempire il cioccolato…con altro cioccolato! È cosi che nacque la magia.

Per parlare delle birre dovrei aprire, poi, un capitolo a parte: ho visto italiani iniziare guerre per l’ananas sulla pizza, ma non provate a sbagliare bicchiere della birra in questa città!

Bruxelles, da quello che ho capito in questi anni, non è una città da visitare, ma una città da vivere. Una città in cui ogni giorno ci sono mille cose da fare. Questa è una città internazionale in cui sono rappresentate decine di nazionalità. È una città di amanti del verde con decine di passeggiate nella natura che ti portano in una dimensione diversa. È una città di contraddizioni e di stranezze. Ma anche una città in cui il tempo libero è considerate sacro e c’é una diffusa leggerezza nei confronti della vita. Tra le mille contraddizioni, alla fine è diventata la mia città.

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Trieste
storia, racconti e... caffè

di Elena Nicchia, insegnante di Scienze MM.FF.NN. per le scuole superiori

Mi sono trasferita a Trieste nel 2007, quando l’unico collegamento diretto da Napoli era un treno intercity che in “sole” 14 ore collegava le due città. Appena uscita dalla stazione rimasi colpita dalla piazza antistante l’ingresso principale. Denominata “Piazza della Libertà”, è circondata da palazzi  eretti alla fine dell’800 e divisa in due giardini: il più piccolo è il giardino “Francesco Badjena” con il memoriale ai caduti dell’occupazione jugoslava dell’Istria e della Venezia Giulia, e il più grande è il Giardino Storico, nel quale risalta la presenza della statua della principessa Sissi. Il palazzo della stazione è ricco di storia: fu progettato dall’ingegner Wilhelm von Flattich di Stoccarda e alla posa della prima pietra nel 1850 fu presente l’imperatore d’Austria Francesco-Giuseppe. La Stazione Centrale, che all’epoca prendeva il nome di stazione meridionale, fu inaugurata il 19 giugno 1878 come capolinea della linea Trieste-Vienna, la linea Meridionale. Nei dolorosi anni della Seconda Guerra Mondiale da questa stazione partirono i “treni della morte” diretti ai campi di concentramento nazisti. Ora da qui partono tutti i collegamenti verso Venezia, Udine, Vienna e Lubiana. Accanto al palazzo della stazione sorge il palazzo delle corriere, il Silos, dal quale partono gli autobus diretti principalmente in Slovenia e in Croazia, e fuori dal quale sorge il nuovo capolinea di alcuni autobus urbani. Una curiosità: per indicare quale numero di autobus prendere i triestini parlano al femminile e così dalla stazione parte “la 20” verso la vicina Muggia, “la 1” diretta al quartiere San Giacomo e così via…

Arrivata in città, mi incamminai verso l’appartamento dove avrei vissuto con altre studentesse. Lungo il mio percorso ho attraversato Piazza Oberdan, al centro della quale spicca la statua di due innamorati in ricordo della triste storia di Pino Robusti e della sua amata Laura. Pino era un giovane di 22 anni che, per un equivoco, venne arrestato il 19 marzo 1945 dai tedeschi proprio in quella piazza mentre era in attesa della sua fidanzata, deportato nella Risiera di San Sabba, l’unico campo di concentramento italiano munito di forno crematorio e situato proprio a Trieste, e poi fucilato. Attraversai il Viale XX Settembre, una delle principali arterie pedonali della città dove, a inizio dicembre, si tiene la fiera di San Nicolò e dove sono situati quasi tutti i cinema della città, e finalmente arrivai nel mio appartamento.

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Abitavo all’inizio della Via dello Scoglio, una salita che porta verso Piazzale Europa, sede dell’Università centrale. L’edificio principale sorge alle pendici del monte Valerio e fu progettato degli architetti Nordio e Fagnoni, che posero la prima pietra nel 1938 in presenza di Mussolini. L’edificio monumentale è visibile da tutta la città e vi si accede con una maestosa scalinata che, legenda vuole, gli universitari debbano salire solo in obliquo, altrimenti rischiano di non laurearsi. Un altro rito scaramantico per gli studenti universitari è quello di non salire sul tram per Opicina prima di laurearsi, pena anche in questo caso il tanto ambito diploma. Il tram collega il centro città con la frazione comunale di Villa Opicina, sul Carso. È un’attrazione turistica, con carrozze d’epoca, che si inerpica su una salita molto ripida dalla quale si vedono suggestivi scorci della città. Purtroppo, come recita la canzone, “el tram de Opicina xe nato disgrazià” (è nato disgraziato) e infatti da circa 3 anni il servizio è sospeso per un incidente. La penultima fermata prima del capolinea di Villa Opicina è quella del Piazzale dell’Obelisco, dal quale si accede al sentiero noto come strada napoleonica, che congiunge Opicina alla vicina Prosecco, e si può raggiungere il famoso santuario mariano di Monte Grisa, detto “il formaggino” per la sua forma triangolare. Lungo la camminata è possibile godere della vista di Trieste dall’alto, dal centro città fino al castello di Miramare, passando per il quartiere di Barcola. Quest’ultimo è la meta estiva dei triestini, che appena possono si trasferiscono lì per andare a fare un bagno e a prendere il sole. Il lungomare è infatti attrezzato con docce, scale per accedere al mare, bar e ristoranti. I triestini amano molto andare al mare, o meglio “al bagno”, e molti preferiscono i due stabilimenti balneari in centro città, il “Bagno Ausonia” e “la Lanterna” (“el Pedocin”), ultima spiaggia in Europa con un muro che separa gli uomini dalle donne. Alla fine di Barcola sorgono il castello e il parco di Miramare, voluti dall’arciduca Massimiliano d’Asburgo intorno al 1855. Il castello è ben visibile anche da Piazza dell’Unità d’Italia, la piazza aperta sul mare più grande d’Europa, circondata da numerosi palazzi tra cui quello del Municipio. Qui è possibile gustare un buon caffè al “Caffè degli Specchi”.

Trieste si contende, infatti, il titolo di città del caffè con Napoli. Occhio però, perché per avere un espresso si deve ordinare un “nero”, per un caffè macchiato “un capo” e per un cappuccino un “caffellatte”! Nei dintorni di Piazza Unità si possono assaggiare alcuni piatti tipici, quali la jota (una minestra di fagioli e crauti), le patate in tecia e la carne bollita, in locali storici come il Buffet da Pepi (Via della Cassa di Risparmio, 3) e Da Siora Rosa (Piazza Hortis, 3). Per assaggiare dei buoni affettati e bere del vino locale è possibile spostarsi dalla città e andare in una delle tante Osmizze, punti di ristoro nell’altopiano carsico nati grazie a Maria Tersa d’Austria, che autorizzò le aziende agricole locali a vendere i propri prodotti a terzi per 8 giorni all’anno (ora aprono circa 3 mesi l’anno) e segnalati con un ramo, detto “frasca”.

Rispetto al 2007, la città è diventata un meta turistica ambita e facile da raggiungere, anche da Napoli grazie ai 3 collegamenti aerei a settimana e 1 treno veloce al giorno, oltre alle numerose combinazioni con cambio a Venezia Mestre.

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