Irene Russo, artista senza confini
«Siamo i colori che viviamo»
«Fin da bambina sapevo che sarei stata un’artista. È sempre stata la mia risposta quando mi chiedevano “cosa vuoi fare da grande?”. Avevo poco più di 3 anni quando dissi per la prima volta a mia madre di comprarmi pennelli e colori per di dipingere, ma lei non voleva accontentare un desiderio che rischiava di “pasticciare” la casa. Allora decisi di costruirmi i pennelli da sola, legando striscioline di carta attorno a una matita. I risultati, naturalmente, non furono dei migliori, ma per me fu una grande conquista». I genitori di Irene Russo si sono dovuti arrendere presto alla passione e alla caparbietà che, unite ad anni di studio e dedizione, hanno reso l’artista mercoglianese un nome pluripremiato e ormai esposto e affermato in tutto il mondo. L’emergenza covid ha bloccato la sua partenza per l’Uruguay, dove è stata invitata a partecipare ad una residenza sul tema del confine, ma non la sua vena creativa: «Ho dipinto tantissimo, dando ampio spazio all’emotività sentita durante la quarantena, utilizzandone al meglio il tempo “vuoto”. Il progetto con Montevideo è andato avanti in maniera virtuale, ma non c’è paragone con l’esperienza sul campo, da vivere insieme, fuori dal proprio studio».
Anche perché, la giovane artista ne è sicura, i luoghi influenzano non solo lo stile o i soggetti di un pittore, ma anche i colori che usa: «Durante la mia permanenza in Polonia dipingevo in bianco e nero. È un paese che amo, ci torno spesso, ma è innegabile essere influenzati da un contesto in cui la guerra, il retaggio dell’epoca sovietica, si sentono ancora. Il clima è freddo, caratterizzato da nevischio e nebbia per diversi mesi. Appena sono tornata in Italia, nel mio Sud, ho avvertito dentro di me la necessità del colore, soprattutto dell’azzurro. Il nostro cielo è diverso, ma perché ogni paese ne ha uno. Io sono anche un’insegnante e dico sempre ai miei allievi che, per capire a fondo un pittore, va contestualizzato geograficamente. Siamo i colori che viviamo».

Nei suoi lavori, Irene ama accostare le tinte che provengono dalla natura in maniera artificiosa, per stupire chi guarda, lasciare perplessi e curiosi: «Il bisogno di espressione è un istinto che appartiene a tutti, e il mio modo di realizzarlo è sempre stata l’arte. Voglio trasmettere il mio pensiero con la forza dell’immagine, il mezzo più comunicativo che esista. Non uso linee né contorni, il colore non ingabbiato è più potente. Il messaggio che voglio mandare è molto emotivo, i miei lavori hanno un sentore universale (anche perché le immagini non hanno il limite linguistico). Le persone possono immergersi nelle mie opere e nei miei colori. Vengono travolte e diventano un tutt’uno con me, non c’è divisione».

Irene si occupa anche di land art e di installazioni. Cura tutti i dettagli di ogni progetto, compresa la trasformazione dei materiali necessari alla creazione della sua opera. Che si tratti di spaccare tronchi, incidere il plexiglass con la sega circolare o arrampicarsi a diversi metri d’altezza per fissare un chiodo portante, molto utile le è stato “rubare” i segreti del mestiere a diverse professionalità: «Io guardo tutto, dall’artigiano al manovale, fino all’intellettuale: per me sono tutte forme di espressione degne di essere osservate. Ho imparato tantissime cose dai contadini, che applico nelle opere di land art. Dai muratori ho appreso metodi per mantenere le installazioni». Mentre, specificamente per ciò che riguarda il suo settore, «L’arte che mi interessa di più e mi ha maggiormente influenzato è quella del Nord Europa, perché ci ho vissuto. Ma mi piace osservare, esplorare, studiare, e sicuramente considero maestri tutte le grandi menti. In particolare, guardo a Rothko, Maria Lai, Kiefer, ma ogni forma d’arte è una fonte di ispirazione ed esplorazione dell’universo».

Cosa significa per Russo essere un’artista in un contesto che difficilmente attribuisce a questo ruolo anche la dignità di mestiere? «È difficile, ma perché già lo è darsi questo appellativo: sarà il tempo a definirmi tale. Io mi occupo d’arte da sempre e sto vivendo il mio sogno, gli ostacoli sono pochi, ma la grande pecca viene dalla scuola, dove l’arte contemporanea non viene praticamente mai trattata. La colpa non è tanto delle persone che ci circondano: non conoscono la materia e non ne capiscono il senso. L’arte deve essere sempre contestualizzata nel tempo in cui si vive, è espressione di questo. Noi non sapremmo nulla del passato, della storia, del passaggio delle popolazioni, di ciò che è avvenuto, senza le manifestazioni artistiche. L’arte è la forma tangibile dell’esistenza umana sulla terra».