Ghigo Renzulli, 40 anni da Litfiba

 Ghigo Renzulli, 40 anni da Litfiba

Ghigo Renzulli @RicPic

“E sono già pronto ai prossimi quaranta”

Penso fermamente che un compositore non debba avere né i paraocchi né preconcetti stilistici o modaioli nell’ascoltare la musica. Tutta l’arte è conoscenza, e la conoscenza è basilare per la creazione, e se manca, non si avrà mai lo spessore necessario per fare una lunga carriera artistica, e al massimo si potrà azzeccare qualcosa, per poi sparire velocemente dalla scena e finire nel dimenticatoio“.
Parole di Federico Renzulli, per tutti Ghigo, unico membro stabile della storica rock band dei Litfiba. Insomma uno che di questi argomenti un po’ se ne intende. Insieme al giornalista Adriano Gasperetti, ha da poco dato alla luce per Arcana Edizioni un’autobiografia molto particolare, “40 anni da Litfiba”, dove la sua storia personale si intreccia con la genesi e le avventure di uno dei gruppi più importanti d’Italia. D’altronde, a celebrare quest’anniversario con un lavoro letterario non poteva essere che lui. I Litfiba “sono” Ghigo, e Ghigo “è” i Litfiba, fin dalla fondazione. La mano del chitarrista di origini irpine si percepisce ad ogni pagina, scritta proprio come fosse una chiacchierata. Tendenzialmente, segue il flusso dei ricordi in ordine cronologico ma, all’improvviso, ecco spuntare un aneddoto avvenuto anni dopo, e allora si fa un salto in avanti nel racconto.

Il tutto, senza disdegnare sincere opinioni sugli eventi accaduti e sulle persone incontrate, nel bene e nel male. Com’è ovvio, oltre che di un ricco “dietro le quinte” della storia della band, con questo testo facciamo maggiormente la conoscenza di tanti aspetti della vita di Ghigo. Scopriamo perché sia nato a Manocalzati, e che l’Irpinia dei suoi ricordi è fatta delle estati a San Michele di Serino, a casa dei nonni. Leggiamo di lui pescatore e infermiere militare. Frikkettone e nudista. Impiegato e gestore di sala prove. Soprattutto, curioso giramondo che vive un sacco di esperienze nei posti più disparati, senza mai perdere di vista i suoi obiettivi. Prima dei trent’anni, Renzulli aveva già collezionato mille vite. Ed è bello scoprire come, con l’arrivo (sudato) del successo, un pezzetto di ognuna ogni tanto faccia sempre capolino nella sua esistenza principale, di consacrato rocker. Emerge il ritratto di un lavoratore instancabile, che conosce il significato dei sacrifici e della gavetta, ma che non si nasconde dietro falsa modestia né si preoccupa di risultare simpatico a tutti i costi. D’altronde, superati i 60 anni d’età e i 40 di carriera, Ghigo Renzulli di cose da dire ne ha, e vuole farlo alla sua maniera…

Nella prima parte del libro c’è molta Irpinia. Il nome derivato dalla linea paterna, il fiume Sabato dove andavi a pescare, addirittura scopriamo che devi a tuo nonno materno la tua prima “educazione musicale”. Che legame hai oggi con quei luoghi? Ci sei più tornato e senti, in qualche maniera, di appartenervi ancora?

«Sono sempre stato molto legato ai miei luoghi natii. Ho ancora diversi parenti che vivono in zona e ho anche dei cari amici, fra cui Alfredo Raimondi, in arte Mojo Tattoo, uno dei più quotati e blasonati tatuatori europei che vive e lavora nel suo bellissimo laboratorio/museo proprio a Manocalzati, dove sono nato. Ogni tanto, quando è possibile, ritorno in zona. L’ultima volta è stata per un week end lo scorso anno».

Quando ne hai l’occasione, nel libro, non ti definisci meridionale, ma “Sudista”. Come mai questa scelta lessicale?

«Il significato è lo stesso, ma mi piace di più dire “Sudista”, come i confederati della guerra di secessione americana. “Meridionale”, nell’immaginario comune, è un termine un po’ più riduttivo, con un senso leggermente denigratorio, mentre “Sudista” (con la S maiuscola) è un termine più forte e fiero della propria natalità».

Parlando della tua gioventù, descrivi un’Italia che, anche se in ritardo, vive esperienze nuove e “ribelli”, e dici “come si fa a spiegare la libertà di costume e di mentalità di quel periodo?”. C’è stato, secondo te, un “cortocircuito” nel tempo, in cui l’Italia ha iniziato mentalmente a regredire?

«In realtà non penso che ci sia stato un sostanziale cambiamento nella struttura e nella mentalità italiana. Siamo sempre stati, purtroppo, un po’ più arretrati rispetto al passo di altre nazioni, più avanti di noi. Ci arriviamo anche noi… Ma con i nostri tempi».

Racconti che durante il servizio di leva hai scampato parecchie epidemie grazie alle tue ottime difese immunitarie. Come stai vivendo, invece, la pandemia, che ha duramente colpito tutto il settore dell’arte e dello spettacolo?

«Come tutti, facendo molto attenzione a me e agli altri, per evitare il contagio. Purtroppo la pandemia ha duramente colpito il mio settore, soprattutto nelle fasce più deboli che vivevano del proprio lavoro alla giornata, e quello che mi dispiace è che, nonostante questi lavoratori siano tantissimi, non sono stati minimamente presi in considerazione dal governo. Stendiamo un pietoso velo».

“Basta andare in rete e ti si apre un mondo”, scrivi a proposito di band turche o afghane che hai scoperto navigando, contro lo snobismo musicale. In generale, che rapporto hai con la rete e con i social e cosa pensi del modo in cui vengono usate da tanti ragazzi per far conoscere la loro musica?

«Io penso di avere un ottimo rapporto con la rete, e sono anche discretamente bravo ad usarla, ma sono una persona di 67 anni con una certa esperienza di vita e maturità. Purtroppo, non mi sembra che sia sempre così per le nuove generazioni. Gli artisti emergenti, con le possibilità offerte da internet, possono fare qualsiasi cosa per mettersi in mostra, però si vanno a scontrare con la concorrenza. Oggi in rete si trova di tutto e di più. Alcune proposte sono molto valide, altre molto meno. Purtroppo il pubblico si è anche abituato al fatto che le proposte di qualità inferiore sono tantissime, e molte di più di quelle di qualità superiore, e questo fa del male ai nuovi artisti di livello alto che fanno molta fatica a farsi conoscere. Una volta, quando non esisteva la rete, si arrivava a fare i dischi solo ed unicamente se si era veramente in gamba, altrimenti non te li faceva fare nessuno. Purtroppo oggi non è più così».

Quali sono i tuoi progetti futuri?

«Mi hanno appena consegnato un premio per i miei quaranta anni di carriera, e sono già pronto per i prossimi quaranta. Io sono della vecchia generazione, quella che suonerà fino alla fine e che “morirà ” sul palco, esattamente come è stato per BB King e Chuck Berry. In questo periodo sto lavorando al mio nuovo progetto strumentale No.Vox, il cui primo disco è in uscita a breve».

Rosaria Carifano