Fiorenzo Caspon, l’uomo che salva gli alberi

 Fiorenzo Caspon, l’uomo che salva gli alberi

Ci sono persone che hanno una marcia in più e che, in silenzio, fanno grandi cose non per ottenere un ritorno personale, ma per consegnare un lascito importante alle generazioni future. Uno di questi “eroi riservati” è Fiorenzo Caspon, imprenditore trevigiano, ex pilota superbike per la Ducati che, dopo aver creato, a Fanzolo, un’azienda leader a livello europeo nella lavorazione delle lane d’acciaio per la realizzazione di spugne metalliche di alta qualità a uso industriale e casalingo (la Lunik Star S.r.l.), ha deciso di dedicare tempo e risorse al recupero di terreni strappati all’agricoltura intensiva e di alberi estirpati e destinati a essere distrutti (molti li ha recuperati dai lavori della Pedemontana Veneta). È così arrivato, nel giro di 10 anni, ad acquistare più di 50 ettari di terreno in cui ha piantato oltre 5000 alberi, alcuni dei quali centenari e pagati anche 4000 euro (un piccolo prezzo per dei “monumenti della natura”, come lui li definisce). Per alcuni “Fiore” è un tipo strano ed eclettico, per molti altri è “speciale”, qui in Veneto è conosciuto come “l’uomo che pianta gli alberi”, come nel racconto di Jean Giono “L’homme qui plantait des arbres”.

Lo incontro a Treviso: due occhi chiari e luminosi, un sorriso sincero e un viso intenso solcato da alcune rughe che lo caratterizzano come i cerchi dei suoi amati alberi, riflettendo, anche fisicamente, la sua forza interiore che si radica profondamente nel territorio in cui è nato e cresciuto. È un uomo dai grandi contrasti: in lui albergano determinazione e delicatezza, forza e gentilezza, progettualità e capacità di vivere nel presente, immaginazione e concretezza, successo e semplicità, tradizione e futuro.

Possiamo dire che questo suo ritorno alla natura sia anche un ritorno alle radici familiari?

Sì, a 18 anni ho preso il diploma di perito elettronico e ho cominciato a lavorare, mettendo da parte i miei giorni infantili e la terra, pur tenendoli stretti nel cuore. Mentre gestivo l’azienda vedevo lo scempio dell’agricoltura intensiva sui terreni e ho pensato di dover fare qualcosa. Così comprai il primo campo e lo rigenerai piantumandolo con alberi, piante e fiori. Oggi sono passati più di 10 anni e non mi sono mai fermato.

Qual è stato il primo terreno recuperato e quale il primo albero piantato?

Il primo terreno è stato proprio quello di fianco ai “capanon” della Lunik e il primo albero un cipresso, che ho scelto perché è un sempreverde.

Quali piante ritira? Solo in Veneto?

Non faccio distinzione perché voglio loro bene indistintamente, però ho una predilezione per i gelsi, i bagolari e gli olmi, perché li ricollego alla mia infanzia e anche perché sono alberi “di poche pretese”, ma nei miei terreni hanno trovato casa e rifugio aceri, biancospini, platani, lecci, frassini, carpini, noci, pioppi, platani, siepi, catalpe, vigneti.

Accanto agli alberi anche i fiori di una volta.

Io sono molto metodico nel piantumare gli alberi: creo un filare e accanto, con il badile, scavo un fosso in cui faccio fluire l’acqua e poi semino il foraggio e i fiori semplici del mio passato: papaveri, fiordalisi, schiacciasassi, facelie, margherite

In questo Eden non possono mancare gli animali.

Sì, infatti acquisto da allevamenti certificati (perché non abbiano malattie che mettano a rischio gli altri) fagiani, starne, conigli, pernici, lepri e altre creature adatte a questo habitat e le libero: del costo non m’importa, perché non c’è prezzo per una vita da salvare. Il mio unico rammarico è che, non essendo consentito recintare i terreni, durante la stagione della caccia molti vengono uccisi. Mi consola però sapere che ho regalato loro alcuni mesi di vita in totale libertà.

Non importa che siano alberi belli ma devono essere in pericolo e ad alto fusto.

 Esattamente, perché l’età avanza e io voglio poterne godere, inoltre desidero creare un’oasi di natura “di una volta” in modo che chiunque, da subito, può vedere chiaramente la differenza fra un terreno depauperato e uno recuperato.

È riuscito a trasmettere la sua visione etica anche a suo figlio Marco e ai suoi nipoti?

Ovvio! La nostra è una dinastia green, che trova nei campi la serenità e uno scopo di vita.

Quali sono i nemici da combattere in questa battaglia?

Le grosse multinazionali che impongono ai contadini ritmi produttivi non naturali e non rispettosi dei campi: il risultato è che, per ottenere subito di più, si devasta la terra rendendola improduttiva per le nuove generazioni. Ci sono poi alcuni pubblici amministratori che, per eccesso di prudenza e (molta) noncuranza, abbattono alberi che potrebbero essere invece messi facilmente in sicurezza.

Ha definito quest’attività come economicamente “a perdere”, quale ritorno ottiene?

La soddisfazione personale: la certezza di aver fatto qualcosa di bello e di utile per me e per gli altri e di aver dato una seconda vita a flora e fauna destinate all’eliminazione. Rispetto ai beni materiali questa è una gratificazione che si rigenera a ogni stagione…

Nei suoi terreni non c’è spazio per la chimica.

 Da me tutto si svolge all’insegna della biodiversità e nel rispetto dei tempi e dei processi naturali, come succedeva 50 anni fa. Proprio per questo prendo solo alberi e fiori autoctoni, gli stessi da cui io rubavo da bambino i frutti o di cui annusavo il profumo.

Come li trova?

Prima li cercavo, oggi invece centinaia di persone mi scrivono segnalandomi le piante “a rischio” che hanno bisogno di essere adottate.

Quando parla degli alberi li definisce come “nostri”, ma non intende suoi e della sua famiglia vero?

No, intendo della comunità, delle generazioni future, di chi sa apprezzare tanta bellezza.

Secondo lei qualcosa sta cambiando a livello di coscienza collettiva?

 Fortunatamente sì, soprattutto tra i giovani…e questo mi dà un po’ di speranza.

Tratta i suoi alberi come figli.

Sì, gli parlo, li accarezzo, li rimprovero quando non danno frutti e mi congratulo quando crescono bene. All’inizio davo a ognuno un nome, poi sono diventati talmente tanti che non mi è stato più possibile. Ma sono orgoglioso del fatto che degli oltre 5000 che ho piantumato finora nessuno è mai morto.

Il suo approccio ecologico si esprime perfino a livello industriale.

Sì, la Lunik Star produce anche spugnette in rame: antibatteriche, riciclabili, più durature rispetto a quelle classiche in ferro. Una scelta che ha costi maggiori, ma che garantisce qualità, igiene e maggior rispetto ambientale.

Ho identificato in “passione” e “fiducia” le parole chiave del suo lavoro.

Tutto quello che dico e che faccio viene dal cuore: la passione mi dà la forza di continuare e di essere fedele alle mie scelte e la coerenza mi rende credibile.

Posso riassumere la sua vita così: con la testa in fabbrica e con il cuore nei campi?

Assolutamente sì: vengo in fabbrica prestissimo e mi concentro sul lavoro con grande determinazione ma poi ho bisogno di tornare a immergermi nella natura per stare bene.

Qual è il suo sogno?

 Vorrei che tutti capissero che il benessere del pianeta dipende da noi e che non possiamo più aspettare: ognuno di noi deve agire per preservare la bellezza che ci circonda e, con essa, il futuro della nostra stessa specie.

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