Ciro Del Gaudio

 Ciro Del Gaudio

Ciro Del Gaudio (a destra)

Gli anni d'oro del pallone e della storica CAGC

Se dico Ciro Del Gaudio scatta, in molti avellinesi (e non solo) il ricordo indelebile di un pezzo di storia del calcio avellinese. Intere generazioni hanno abbracciato il percorso della sua nota scuola calcio: la Cagc (Centro Addestramento Gioco Calcio di Avellino). Una palestra formativa anche per l’anima. 

 Del Gaudio, quando ha scoperto il suo amore per il calcio?

Avevo 11 anni quando il mio vicino di casa mi prese per mano e mi portò a piazza D’Armi per assistere al derby Avellino – Benevento. Non avevo mai visto un campo sportivo né conoscevo il termine derby. Quando ritornai a casa ne parlai con i miei amici che, a loro volta, dissero che nello spiazzo alle spalle della villa comunale (dove adesso c’è la biblioteca) c’erano dei ragazzi più grandi che rincorrevano un pallone. Ne restammo subito ammirati. Da quel giorno decidemmo di imitarli. Ma per farlo ci voleva un pallone, che nessuno poteva comprare per mancanza di soldi. Fu così che ci inventammo anche noi la palla di pezza. Palla resa rimbalzante dalla lana sottratta dai cuscini di casa. Poi ci pensò la storica partita Avellino – Catania giocata all’Arena di Milano e valida quale spareggio per la promozione in serie B, a trasmettere in noi l’amore per il calcio. Dopo qualche anno, entrando a far parte di una squadra giovanile, provai finalmente anch’io l’emozione per aver indossato una maglia da gioco le scarpette con i tacchetti”.

Quando viene costituita la CAGC?

“A Martina Franca conobbi l’allenatore Castignani che disse: “Ragazzi, ricordatevi che è sempre più facile allenare che giocare”. A quel punto, non essendo un campione, decisi di diventare allenatore. E per cominciare a farlo, mi inventai una squadra tutta mia: l’Atletico Cappuccini, che risultò subito vincente. Il 12 settembre 1981 arrivò la firma sull’atto costitutivo dell’A.s. Cagc Avellino. Fu un azzardo, pure molto oneroso dal punto di vista economico e organizzativo. Ma all’epoca, lo ritenni necessario più per fare un dispetto all’U.S. Avellino, con la quale avevo lavorato, con ottimi risultati, per cinque anni rimettendoci spesso dei soldi ed essere costretto poi a tesserare i giovanissimi calciatori per una società di serie A, ma che per lungimiranza e investimenti poteva definirsi di terza categoria. Tuttavia, quell’esperienza mi consentì di conoscere allenatori del calibro di Carosi (che ci portò in seria A), Marchesi, che un giorno mi suggerì di tenere d’occhio alcuni di quei meravigliosi ragazzi e soprattutto Adriano Lombardi. Adriano ci voleva un gran bene. Nei limiti del possibile veniva a vedere gli allenamenti e le nostre partite che si giocavano durante la settimana”.

Come fu la scalata della Cagc?

Nel primo anno di attività trovammo non poche difficoltà nell’assemblare formazioni competitive. Qualcuno addirittura ci derise. Ma già nella stagione 82 – 83, cambiò la musica. La squadra allievi cominciò a vincere; i Giovanissimi cominciarono a non aver rivali e, a fine stagione, scesero sul meraviglioso manto erboso di Coverciano per giocarsi il titolo italiano di categoria per le squadre affiliate all’A.C.S.I. A rimetterci le penne: la Pirri Cagliari, la Matteotti di Palermo e la Caselle Firenze”.

Un percorso anche di respiro europeo?

All’indomani della vittoria di Coverciano, cominciammo a ricevere inviti da tutte le parti del mondo per prendere parte a tornei internazionali. Dapprima timidamente, poi sempre più convinti, salimmo sui torpedoni per girovagare per l’Europa intera: Francia, Germania,  Austria, per salire fin su a Goteborg  per giocarci il Gothia Cup a metà luglio del 1988. Un’esperienza indimenticabile.”

Ha incassato qualche delusione?

“Accantoniamo subito il capitolo “delusioni” dicendo che mi aspettavo molto di più in termini di carriera da ragazzi con prospettive tecniche da autentici fuoriclasse. In Italia e in Europa, vincevamo e perdevamo, ma nessun risultato riusciva a spazzare via la gioia per aver conosciuto altri popoli, altro modo di agire, altre civiltà”.

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C’è qualcuno dei suoi ragazzi che ha proseguito con successo il suo percorso calcistico

“Quando Iannuzzi debuttò in serie A nell’incontro: Ascoli – Avellino e Manfredi giocò nella nazionale Under 16, pensai veramente che tanti altri potessero raggiungere i cosiddetti “grossi livelli”. Poi è andata come è andata, e recriminare serve a poco. Tuttavia, a parziale giustificazione si potrebbe dire che io operavo sul primo livello paragonabile alle scuole elementari. Spettava poi ai docenti di più alto livello completare l’opera”.

Un’altra sua grande passione è l’atletica, giusto??

“Un giorno, per sfuggire a due ore di matematica, chiesi e ottenni di prendere parte al campionato d’istituto di corsa campestre. Vi partecipai com’ero vestito, classificandomi quarto. Da quel giorno l’atletica mi entrò nel sangue”.

Ha scritto anche dei libri?

“Sì ho scritto un po’ di libri (“Dal diario secondo il ..torneo”, la “Baronia di Elsa”, “Due primi e 42 secondi..il tempo dell’amore”, “Invasione di campo e di corsie”, “La carestia ai tempi della fame” e “Masseria Regine di Cuori”). In ognuno di essi racconto storie  intrecciate alle esperienze di vita di tanti giovani”

La sua prima regola in campo?

I miei tesserati erano chiamati a rispettare alcune regole, dentro e fuori dal campo. A loro dicevo che la giornata andava divisa in tre parti: otto ore di sonno, otto ore di lavoro ( tra scuola, nel caso loro, e compiti a casa ) e altre 8 ore da dedicare al divertimento, alla cura della persona e al calcio. Essi erano poi tenuti al rispetto delle regole delle buone maniera, sia nei confronti dei compagni di squadra che nei confronti degli avversai che non andavano mai umiliati. Chi usciva fuori dalle regole veniva sospeso se non addirittura escluso dalla rosa dei titolari”.

Ha nostalgia del campo da gioco?

“Col passare degli anni, la nostalgia del rettangolo di gioco è andata sempre più sfumando. Ma quando ex calciatori, diventati anch’essi allenatori, mi vengono a prendere per farmi assistere a qualche loro incontro, il tuffo nel passato è inevitabile. L’ultima volta, mentre i ragazzini giocavano, ho chiuso gli occhi e ho fatto passare nella mia mente, come in un film, gli episodi più significativi di 40 anni di intensa e qualificata attività. E quando qualcuno mi chiede: tornando indietro faresti quello che hai fatto? Sì, con qualche correzione, rifarei tutto”.

Segue ancora il calcio?

“E come posso non seguirlo? A distanza, ma lo seguo, a cominciare dal nostro Avellino, fino alle categorie dilettanti e giovanili. Anche se questi sono mesi da dedicare al ciclismo e all’atletica leggera. E questa mia “debolezza” la conoscono tutti i miei ex calciatori”.

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