Andrea Biavardi: la cronaca nera fra diritto d’informazione ed etica

 Andrea Biavardi: la cronaca nera fra diritto d’informazione ed etica

La realtà spesso si tinge di nero e il lato oscuro delle menti penetra prepotentemente, a volte con grande violenza, nella quotidianità. Questo è sempre successo, ma il modo di raccontare e di contrastare il crimine, oltre che la natura dello stesso, sono molto cambiati, complici una maggiore informazione e criteri d’indagine che si possono avvalere di strumenti sempre più sofisticati. Ne ho parlato con Andrea Biavardi, giornalista, in passato direttore de “La Nazione» e de “Il Giorno» e attualmente direttore di “Giallo”, “Airone” e “For Men Magazine”, che ha pubblicato, con Cairo Editore, il suo quarto libro, un romanzo noir dal titolo “Sangue del tuo sangue”.

Qual è il primo passo per scrivere un articolo di nera?

Dato che l’opinione pubblica, in una democrazia, ha il diritto di essere informata su ciò che avviene, solitamente la stampa è avvisata dagli stessi investigatori, con cui un giornalista di cronaca ha contatti frequenti e spesso confidenziali. Una volta avvisati dell’evento ci si reca sul posto e si cercano le fonti dirette (investigatori, testimoni, familiari, etc.), riportando i fatti ed eventuali approfondimenti. Per tutelare le indagini, in questo primo momento, una parte delle informazioni viene coperta dal segreto istruttorio e non può essere divulgata, per non incorrere in un reato penale. Una volta decretata la chiusura delle indagini preliminari (articolo 415 bis del codice di procedura penale), il pubblico ministero (P.M.) deve emettere un documento in cui sono contenuti tutti gli atti dell’inchiesta. Tale documentazione viene trasmessa alle parti (offesa e accusatore) e può essere richiesta anche dai giornalisti al Tribunale o agli Avvocati, che hanno interesse a far conoscere la loro interpretazione dei fatti. Fra la prima fase, coperta da segreto istruttorio e quella in cui gli atti diventano pubblici, si esprime al massimo l’abilità del giornalista.

Si può parlare di giornalismo investigativo?

Ci sono buoni giornalisti che leggono bene le carte e cercano approfondimenti e spunti, ma i veri investigatori sono la Polizia, i Carabinieri e la Guardia di Finanza, che sono anche gli unici in grado di valutare la validità di un’affermazione e l’attendibilità di un testimone, avendo a disposizione tutti gli elementi dell’indagine, anche quelli secretati (es. orari, spostamenti, tracciati telefonici, filmati delle telecamere).

Com’è il rapporto con le fonti?

Il dovere etico e professionale di noi giornalisti è pubblicare le notizie, ma è anche vero che il rapporto di fiducia con le fonti è fondamentale e noi lo salvaguardiamo a ogni costo.

Quali sono i principali metodi investigativi?

Oggi, oltre alle indagini tradizionali (orme, impronte, interrogatori, intercettazioni, perquisizioni, etc.), vi sono strumenti tecnologici d’importanza fondamentale: l’analisi del DNA, le celle telefoniche, i pedinamenti satellitari, le telecamere…Il caso di Loris Stival, ad esempio, è stato risolto perché le telecamere hanno smentito le dichiarazioni della madre Veronica Panarello, che è stata poi condannata per il suo omicidio.

Il problema della salvaguardia della privacy in questo ambito è fondamentale.

Sì, ed è per questo che la cronaca nera deve essere affidata a giornalisti professionisti, con un codice deontologico molto forte. Ricordo un caso di omicidio che coinvolgeva, come presunto assassino, un noto P.R. e dalle intercettazioni telefoniche risultava che alcuni famosi nomi dello spettacolo avessero l’amante: noi di “Giallo” abbiamo deciso di non pubblicare nulla anche se, sicuramente, sarebbe stato uno scoop. Oltre al buon senso di non mettere alla gogna qualcuno che non ha a che fare con l’indagine, la nostra categoria è iscritta all’Ordine dei Giornalisti e questo significa che siamo sottoposti (in caso di errore o malafede) a provvedimenti disciplinari molto pesanti, quali la sospensione (senza stipendio e senza poter esercitare) o persino la radiazione.

Il nome di una persona indagata è sempre pubblicabile?

Solo indicandolo come “presunto” colpevole. Nel caso di minori è invece assolutamente proibito (Carta di Treviso del 1990) pubblicare non solo il nome, ma qualsiasi altra informazione possa renderne possibile l’identificazione.

È le fotografie o i filmati degli arresti?

Il famoso video dell’arresto di Bossetti (n.d.r. omicidio di Yara Gambirasio) sulle impalcature venne pubblicato perché le immagini erano state riprese all’esterno e rientravano quindi nel diritto di cronaca; mentre fotografie come quella di Enzo Tortora in carcere (che oggi è stato equiparato al domicilio del detenuto e quindi risulta essere un luogo privato) non sarebbero più accettabili: una pubblicazione del genere porterebbe a una denuncia.

Anche se il detenuto acconsente?

Non basta: deve essere d’accordo anche il direttore del carcere dopo aver ottenuto il via libera dal Ministero di Grazia e Giustizia. Sono necessarie autorizzazioni a più livelli, sia per ragioni di opportunità che di ordine pubblico e di sicurezza.

Se un indagato risulta innocente?

Il giornale è tenuto a fare una rettifica: è chiaro però che lo scoop iniziale è di maggior impatto e che, soprattutto per i personaggi pubblici, la gogna mediatica iniziale è particolarmente pesante.

Il diritto all’oblio?

Molto complesso e, secondo me, anche abbastanza inattuabile, soprattutto con l’avvento di internet: ci sono eventi che sono entrati nella storia e che ciclicamente torneranno a galla, basti pensare a Donato Bilancia (n.d.r. il famoso “serial killer dei treni”) o al massacro del Circeo. Oggi la procedura per ottenere la rimozione dei propri dati dai motori di ricerca è lunga e complessa e richiede spesso una rogatoria internazionale. In ogni caso, la richiesta deve partire dall’interessato/a e non è automatica, anche in caso di errore giudiziario o di dichiarazione di non colpevolezza. Esistono inoltre sia un diritto d’informazione, che non ha scadenza, sia una sorta di diritto morale al ricordo.

Fra i vari crimini i femminicidi (tema trattato anche nel suo ultimo libro) sono in continua crescita, perché?

La spiegazione è sociologica: le donne sono sempre più indipendenti e gli uomini non l’accettano e giudiziaria: il codice rosso per lo stalking non sta funzionando come dovrebbe per mancanza di mezzi, uomini e leggi troppo permissive.

Parliamo di etica.

La cronaca nera non ammette opinioni: non è calcio, politica o gossip, in cui ci si può permettere di utilizzare la formula del “secondo me”, ma deve essere gestita da professionisti che ne rispondono personalmente, civilmente e penalmente. Lo dico in particolare non tanto per la televisione, che è anche un mezzo d’intrattenimento, quanto per internet. Argomenti così delicati e seri non possono essere trattati da chiunque: questa non è democrazia, è il Far West dell’informazione.

Immagino che anche per un professionista sia emotivamente difficile scrivere di “nera”.

È un impatto fortissimo, non solo per la natura dei fatti ma anche perché spesso si creano contatti molto stretti con le famiglie, di cui non si può non condividere il dolore. La madre di un ragazzo assassinato mi mandava messaggi anche di notte perché non smettessi di parlare della vicenda di suo figlio.

Cosa rende un caso più interessante per l’opinione pubblica?

L’efferatezza del crimine, la tipologia di vittima (per esempio quando riguarda i bambini) e il mistero dei fatti (basti pensare al caso di Roberta Ragusa).

Ci sono morti di serie A e serie B?

In teoria no, nella realtà lo pensano anche alcuni familiari di vittime: per Giallo ho scritto un pezzo dal titolo “non cercano mia figlia perché è una morta di serie B”.

Laura Corigliano

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