Alessio Boni: ripartenze, esordi e progetti di un attore a tutto tondo
Voce profonda, sguardo intenso, una lunga gavetta e, soprattutto, tanta determinazione. Alessio Boni è uno degli attori italiani che maggiormente spazia tra cinema, teatro e televisione, ed è sicuramente tra i volti più noti e amati dal grande pubblico per la sua partecipazione a fiction e programmi di successo. Ha vestito i panni di immortali personalità storiche, come Caravaggio e Puccini. Ma ha anche dato corpo a personaggi immaginari che subito hanno fatto breccia nei cuori degli spettatori dei canali mainstream; come Fausto Morra, protagonista della serie La strada di casa, oppure Luca Marioni, il “Bastardo” professore di musica dell’acclamato titolo La Compagnia del Cigno.
Il piccolo schermo, quindi, non ci ha fatto sentire la sua mancanza ma, appena si è potuto riprendere a provare e a girare in presenza, Boni è subito ritornato sia sulle tavole del palcoscenico che davanti alla macchina da presa. Tra i suoi ultimi lavori si annovera un cortometraggio tutto made in Irpinia dedicato al Principe Carlo Gesualdo: Il perdono (scritto da Luca di Leo, diretto da Roberto Flammia e prodotto da Carmine Caracciolo e dall’Irpinia Film Commission) è stato girato la scorsa primavera nell’omonimo borgo irpino a lungo dimora del madrigalista, dove l’attore d’origine bergamasca è stato omaggiato dall’amministrazione di una targa in suo onore.
Com’è stata, dunque, la sua permanenza qui in Irpinia?
Sono stato a Gesualdo per la prima volta, esattamente come accade al mio personaggio nel corto. E, proprio come lui, mi sono lasciato stimolare dai luoghi e stupire da ciò che più colpiva la mia attenzione. Ho visitato il borgo e il castello, attorno al quale si snoda tutto il paese; ho mangiato i piatti tipici e parlato con la gente; e ho avuto modo di scoprire che lì la storia del principe è molto conosciuta, mentre nel resto d’Italia si sa davvero poco di queste vicende. Mi sono trovato benissimo, ho visitato tutto il possibile grazie ad una guida, e sono stato accolto con enorme affetto.

Qual è il suo ruolo nel cortometraggio Il perdono?
Sono un maestro di musica, direttore d’orchestra e compositore in crisi. Il mio personaggio vive in Germania, vuole scrivere un madrigale e ha un blocco creativo, così parte alla volta delle terre dove ha vissuto Carlo Gesualdo da Venosa, per ripercorrerne le orme e farsi ispirare. Passeggiando nei vicoli del paese… succederà qualcosa che non anticipo e che si scoprirà guardando il corto.
Spostiamoci a teatro. La sua tappa al Campania Teatro Festival è con lo spettacolo “L’uomo che oscurò il Re Sole. Vita di Molière”: una scelta di ritorno sulle scene dal forte valore simbolico. Ce la racconta?
Molière morì poco dopo aver preso parte all’ultima replica della sua commedia “Il malato immaginario”. Stava già malissimo negli ultimi minuti in scena, in camerino tossiva sangue, tant’è vero che comunemente si dice che sia “morto in scena”, il punto massimo della dedizione. Perché Molière era un uomo di teatro, tout court. A me, al drammaturgo Francesco Nicolini, e al violinista Alessandro Quarta con cui divido il palco, è sembrato naturale ripartire con una dedica ad un uomo che ha incarnato il teatro in modo totale. La vita di Molière è stata piena di gloria, ma anche di fallimenti. Era balbuziente, e figlio di un tappezziere del quale doveva ereditare il mestiere. Quando cominciò la sua avventura nello spettacolo, per otto lunghi anni ha collezionato fischi, mele marce e insuccessi, eppure ha continuato ad amare questo mondo. In quanti ci sarebbero riusciti? Passione e tenacia lo hanno portato, invece, ad essere uno dei più grandi autori teatrali di tutti i tempi, nonché a diventare amico di Re Luigi XIV, che poi ha superato per fama. È una figura estremamente rappresentativa di tutto il settore. Oltre ad essere drammaturgo e capocomico, era primo attore, regista, ma anche scenografo, ideatore dei costumi, light designer e molto altro. Per noi l’anima di Jean-Baptiste Poquelin, in arte Molière, è la perfetta metafora della ripartenza di un ambito a lungo bistrattato, in cui moltissime professionalità, da quelle artistiche a tutte le maestranze, sono state penalizzate per oltre un anno e mezzo.

Dal cinema, alla tv, al teatro, la musica sembra un elemento costante delle produzioni che la vedono protagonista. Ma che valore ha nella sua vita personale?
Per me è fondamentale, fin da quando mi sveglio al mattino. Mi ha sempre accompagnato, soprattutto quella classica. Mi piacerebbe molto saper suonare uno strumento, ma non ho mai il tempo di dedicarmici. Compenso ascoltandone moltissima, per piacere e per dovere, perché quando mi preparo per un lavoro la musica diventa un elemento importantissimo per entrare nel mood di un’epoca o nei panni di un personaggio. Mi trasporta nella storicità, ha una forza evocativa incredibile.
Ha anche esordito come scrittore: in primavera è venuto alla luce il suo libro “Mordere la nebbia”, edito Solferino. Com’è nata l’esigenza di affidarsi alla scrittura?
Se ci fossimo parlati un anno e mezzo fa, mai avrei pensato di trovarmi a parlare di un libro scritto da me. Poi però sono successe due cose enormi nella mia vita. Una, come per tutti, è stata la pandemia. Io sono di Bergamo, una delle zone più massacrate dal virus, e ho perso familiari, amici. L’altra, puramente personale, è stata la nascita del mio primo figlio, Lorenzo, proprio nel pieno del primo lockdown, a marzo 2020. Avevo la gioia immensa e la vita in casa, e la disperazione e la morte fuori. Cercavo di passare il tempo leggendo, guardando film, tenendomi per quanto possibile impegnato. Poi, mio figlio, con un gesto semplicissimo, mi ha riportato all’infanzia: si è morso il labbro inferiore. Mia madre mi ha ricordato che era un’abitudine che ho avuto anch’io fino ai tre anni d’età. Da lì è partito un viaggio nel passato. Mi sono ritrovato in sella alla mia Vespa 50, color azzurro metallizzato, a percorrere il bordo lago sull’Iseo. E tra i salici piangenti, ad ammirare la coltre di nebbia che normalmente si forma ad ottobre. Un tempo la odiavo, significava la fine dell’estate e il ritorno alla vita di sempre, in cui facevo il piastrellista, mentre io volevo “morderla” questa nebbia, vedere cosa ci fosse oltre. L’ho fatto, e non sono più tornato indietro. Queste emozioni mi hanno fatto raccogliere uno stimolo che mi era arrivato tempo prima: scrivere della mia vita. E così ho iniziato a buttare giù questi racconti sugli episodi più significativi, lavorando insieme ad Eleonora Recalcati. Il risultato è piaciuto sia all’editore, che ai lettori: siamo alla quarta ristampa, e io ne sono piacevolmente sorpreso.
Dopo un’estate in tournée tra spettacoli e presentazioni, quali saranno i nuovi progetti che la attendono?
Un film, che verrà girato tra Praga e la Polonia, sul campo di concentramento di Terezín, dove venivano deportati gli artisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Il mio personaggio ha il compito ingrato di redigere una lista e decidere, alla fine di ogni mese, chi resta e quindi sopravvive, perché considerato talentuoso, e chi invece deve andare via, condannando a morte certa.