L’eruzione di Avellino (3800 a.C.)
Più potente di quella di Pompei (79 d.C.)
A Nola il più importante sito al mondo dell’Età del Bronzo antico
di Pasquale Gallicchio
Il titolo di un vecchio giornale, “L’Eruzione di Avellino”, mi ha spinto a contattare il professor Giuseppe Mastarolorenzo, vulcanologo dell’Osservatorio Vesuviano, protagonista con altri studiosi del rinvenimento del sito più importante al mondo per quanto concerne l’Età del Bronzo, presto dimenticato e abbandonato, nonostante i ripetuti appelli.

«Si chiama Eruzione di Avellino perché con l’eruzione del Vesuvio, siamo intorno al 3800 a.C., si sviluppò una colonna di cenere alta fino a 36 chilometri, confermata da alcuni studi condotti da me nel 1993, che arrivò fino ad Avellino. Furono i venti a spingere il materiale verso l’Irpinia. Proprio quella eruzione mi ha portato a riperimetrare la zona rossa del Vesuvio che a parer mio, ancora oggi, non può soltanto interessare i paesi vesuviani ma deve estendersi ad un territorio pari a quello dell’Eruzione di Avellino che interessò anche Napoli e provincia, Salerno e parte del territorio di Benevento. Inoltre, il sito in questione, ossia quello di Nola, era il sito dell’Età del Bronzo meglio conservato al mondo perché, essendo stato abbandonato rapidamente dalla popolazione, erano ancora visibili, all’interno delle impronte delle persone scalze che scappavano, i primi granelli di cenere».
Dalla scoperta al recupero dei materiali.
«Alla Soprintendenza chiedevo di preservare il sito e nello stesso tempo facevo notare come le eruzioni possono anche interessare Napoli, come quella del 3800 a.C. ipotesi confermata dal ritrovamento di uno strato di cenere sotto il Maschio Angioino».
Mastrolorenzo aggiunge.
«Dopo la scoperta del sito nel 2001 a Nola, nel 2004 ci fu un altro importante ritrovamento: impronte di migliaia di persone e animali in fuga e una gabbia con gli scheletri di 9 capre gravide. Una cosa mai ritrovata prima, che indicava un esodo di massa. In un altro scavo ci imbattemmo in reperti che testimoniavano il tentativo da parte dei superstiti di ricostruire le capanne, come i pali che erano penetrati nello strato di cenere vulcanica. Tentativo non andato a buon fine perché il territorio era diventato un deserto di cenere vulcanica. Era la conseguenza di ciò che avviene dopo una eruzione pliniana. L’Eruzione di Avellino interrompe la cultura del Bronzo Antico e per i successivi insediamenti bisogna attendere il Bronzo Medio, quindi 200 e più anni dopo».
Dov’è custodito un tale patrimonio?
«Al museo di Nola. Ma il saggio di scavo, in zona Croce di Papa, nel quale venne ritrovato il materiale, è soltanto recintato da anni e penso in abbandono».

Con il professor Mastrolorenzo compiamo un salto di millenni per un parere sui terremoti a 40 anni da quello del 23 novembre 1980.
«Non c’è una teoria affidabile che consenta di prevederli. Però, da qualche anno, insieme a gruppi di radioamatori che operano, tra l’altro, per la Protezione Civile nel Comune di Portici, stiamo conducendo un esperimento: registriamo onde elettromagnetiche, che riteniamo possano precedere il fenomeno sismico. Registriamo onde radio su varie frequenze, esito di un possibile stress nelle rocce all’inizio di un processo di saturazione. Ci sono diversi approcci alla previsione dei terremoti ma nessuno porta a delle certezze».
Per un Appennino tremulo, capace in qualsiasi momento di mettesi in movimento, la sola cosa da fare è la prevenzione ma il vulcanologo va oltre.
«Per l’Irpinia prevediamo una magnitudo tra 7° grado Richter, anche oltre il 10° Mercalli. Rispetto ai terremoti di Umbria e Marche, preceduti in genere da uno sciame sismico, i nostri terremoti, specie nelle zone dell’Irpinia e del Sannio, sono più cattivi perché si manifestano, in genere, all’improvviso, con un ordine di ritorno di 50, anche 100 anni. Nel 1980 ci fu prima la forte scossa e poi lo sciame sismico».
La chiusura è più un monito che un consiglio.
«C’è la necessità di lavorare molto sulla prevenzione, mantenendo sempre un costante grado di allerta. Non credo a coloro che mostrano atteggiamenti rassicuranti».